giovedì 21 novembre 2013

Piccoli libri per piccoli tragitti. "Lo zen nell'arte della scrittura" di Ray Bradbury o anche la gioia dello scrivere e il tradimento dei libri.

 Non so se la rubrica diventerà settimanale, ma insomma questa settimana ho un piccolo libro per un piccolo tragitto da consigliarvi ergo ve lo consiglio. Non so se vi addentrate mai nella magica sezione di scrittura creativa, prima di lavorare in libreria io lo facevo raramente perché ho sempre pensato che: A) Tanti consigli finiscono per confonderti/influenzarti- B) Non penso che possa realmente esistere un manuale di scrittura creativa. A mio parere o sai scrivere o non lo sai. Anche se, vista la quantità di porcherie che giungono giornalmente, mi rendo conto che la facoltà di discernimento e l'autocritica non sono di questo mondo.
 Da quando lavoro nel sacro luogo invece, mi sono resa conto che nella sezione di scrittura creativa ci sono effettivamente dei manuali, ma soprattutto è infarcita di piccoli, incantevoli libri che ti spacciano come consigli di grandi scrittori, quando sono solo raccolte di articoli e saggi che nel corso della loro vita tali sommi hanno scritto a proposito della propria carriera.
 Nella massa ho trovato questo bellissimo libretto di Ray Bradbury edito dalla DeriveApprodi: "Lo zen nell'arte della scrittura". Ok, sono d'accordo con chiunque provi orticaria, disgusto e ribrezzo per qualsiasi libro si intitoli "Lo zen e l'arte di fare qualcosa". Ormai con lo zen ci puoi fare tutto, le pulizie, innamorarti, scalare una montagna, cucinare un uovo. Lo zen è fuori e dentro di noi. 
 Tuttavia devo scagionare il curatore dell'edizione italiana: non è stato lui ad inventarsi il titolo per far alzare le vendite, "Lo zen  nell'arte della scrittura" è proprio il titolo di uno dei saggi contenuti in questa raccolta del caro Ray. Se mi si permette peraltro, il più brutto. Dal mio punto di vista infatti, la scrittura non ha proprio nulla di zen, anzi, è un continuo affannare, arrabbiarsi, cercare e sentirsi ora felici ora frustrati. Ma Ray ha sicuramente più ragione di me.
In questo piccolo libro Ray Bradbury fa secondo me una cosa da vero scrittore: è sincero senza smantellare il mito. Io gli scrittori che mi dicono che è tutta fatica e tecnica e il talento c'entra fino ad un certo punto non li capisco. Sembra che facciano i servi della gleba, tanto che ti viene da dirgli, guarda falla finita con questa sofferenza e molla la penna, il pc o qualunque cosa usi per scrivere e vai a fare l'ingegnere. La gioia infatti è uno dei caposaldi del mestiere di scrivere di Bradbury, per lui chiunque non la provi è un falso scrittore

"Ho sempre cercato di scrivere la mia storia. Dategli un'etichetta, se volete, chiamatela fantascienza o fantasy o mistery o western. Ma, nel profondo, tutte le buone storie sono un solo tipo di storia, la storia scritta da un singolo uomo e dalla sua verità individuale. [...] Com'è che uno si dà per vinto? Perchè sceglie degli obiettivi incoerenti. Perché vuole la fama letteraria troppo presto. Perchè vuole guadagnare troppo presto"

 Tutte problematiche che affliggono tanti pseudoscrittori (anche di successo) di adesso. Siamo pieni di giovani prodigi che non si ripetono, di libri con trame vergognose, di guizzi magari d'inventiva che si perdono nell'inesperienza. Anche secondo me non c'è per forza bisogno di essere un enfant prodige. Ci può volere del tempo a trovare la propria storia.

"Nel corso del mio ventesimo e ventunesimo anno di età, ho girato intorno a mezzogiorni estivi e a mezzanotti di ottobre sentendo che nelle stagioni chiare e in quelle scure ci doveva essere qualcosa che ero veramente io. L'ho trovato infine, un pomeriggio. Avevo allora 22 anni"

La storia che iniziò a rendere Bradbury (secondo le sue testuali parole) un vero scrittore fu infatti "The Lake", scritto a 22 anni. 

"Scrissi il titolo "The Lake" sulla prima pagina di una storia che sarebbe finita due ore più tardi. Due ore dopo ero seduto alla macchina da scrivere sotto un portico al sole, con le lacrime che cadevano dalla punta del mio naso e i capelli dritti sul collo."

Per dieci ininterrotti anni, Bradbury aveva inseguito una buona storia. Il suo metodo di lavoro era la continua riscrittura settimanale di un racconto che abbozzava di Lunedì. Indefessamente provava e provava, senza perdersi d'animo, poi un giorno venne "The Lake". 
 Altra genesi interessante è quella dello splendido "Fahrenheit 451", raccontata nel saggio "Investire gli spiccioli" parla invece delle mille distrazioni che uno scrittore con una vita familiare e sociale non infelice deve affrontare per costringersi in casa a scrivere invece di scorrazzare per il mondo.
 "Non lo sapevo, ma stavo letteralmente scrivendo un romanzo da quattro soldi. Nell'estate del 1950 mi costò 9 dollari e 80 cents scrivere e terminare "The fire man" che più tardi sarebbe diventato Fahrenheit. 451"

Tentato infatti dal continuo giocare con le due figlie piccole, Bradbury si chiudeva nella sala dattilografia della biblioteca dell'Università della California, lì noleggiava una macchina da scrivere per mezz'ora e poi scriveva come un pezzo per far rendere al massimo il suo investimento. In capo a poche settimane il capolavoro che tutti conosciamo era tra le sue mani.
 C'è poi il capitolo dedicato alla lettera di un prestigioso ammiratore, un curioso articolo sul suo odio verso i paesaggi irlandesi (li detestava), un'immaginaria Repubblica di Platone robotica in cui una generazione di ragazzi e bambini convince bibliotecari e professori a leggere Asimov e a nutrirsi di fantascienza.
 Poi, cita un lungo pezzo di "Fahrenheit 451", il momento in cui Montag, il pompiere, entrando in casa del suo capo Beatty, scopre che è piena di libri. Ne domanda le motivazioni, sconcertato, e Beatty gli risponde che lui possiede quei libri, ma non li legge, li lascia morire, perché loro lo hanno tradito.

 "Io i libri li ho mangiati come l'insalata, i libri sono stati il mio sandwich a pranzo, il mio pasto, la mia cena e il mio spuntino di mezzanotte. Ho strappato le pagine, le ho mangiate col sale, le ho condite con salsa piccate...E poi..."
 E Montag, prontamente, "E poi?"
"Beh, la vita mi è venuta addosso". Il capo dei pompieri chiude gli occhi per ricordare. "La vita, la solita, la stessa. L'amore che non era proprio quello giusto, il sogno che si è inacidito, il senso che andava a pezzi. La morte che è andata troppo presto dagli amici che non lo meritavano, l'omicidio di qualcuno o di qualcun'altro, la pazzia di qualcuno vicino, la morte lenta di una madre, il suicidio improvviso di un padre, una carica di elefanti, un attacco di malattia. E da nessuna parte, da nessuna parte quello giusto per quel momento, da infilare nel muro pericolante della diga che crolla per mandare indietro il diluvio, dare o prendere una metafora, perdere o trovare una similitudine. E al confine lontano dei trenta e vicino all'orlo dei trentuno, mi sono tirato su, tutte le ossa rotte, ogni centimetro della mia carne scorticato, ammaccato, sfregiato. Mi sono guardato allo specchio e ho trovato un vecchio perso dietro la faccia spaventata di un giovane, ho visto l'odio per tutto e per tutti, così lo chiami tu, che vada in malora, e ho aperto le pagine dei libri della mia bella biblioteca e cosa ho trovato? Cosa? Cosa?"
Montag suppone "Le pagine erano vuote!"
"Perdinci! Vuote! Oh, c'erano le parole, sì, sì, ma correvano sui miei occhi come olio bollente, non significavano niente. Non davano nessun aiuto, nessun sollievo, nessuna pace, nessun rifugio, nessun vero amore, nessun letto, nessuna luce."

 Scusate la lunga citazione, ma era incantevole e la sento particolarmente adatta a queste giornate, per me, un po' difficoltose. In ogni caso il libro è incantevole e dimostra che per fare lo scrittore la prima cosa che serve non è la fatica, ma la gioia di scrivere.
 Leggetelo leggetelo leggetelo (e fatemi sapere!).

6 commenti:

  1. sono pienamente d'accordo: scrivere è un'attività gioiosa. nemmeno io capisco chi sta tanto a lamentarsene.

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  2. Che bella la citazione! Grazie!

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  3. "poi scriveva come un **pezzo** per far rendere al massimo il suo investimento"

    Geniale l'idea di scrivere "pazzo" come se lo pronunciasse lino banfi :p

    Cmq, ho una moglie che scrive, ergo qualcosa di "come si scrive" la so: secondo me è un po' troppo tranchant dire "o sai scrivere o non lo sai". Cioè, di primo acchitto è vero - soprattutto per chi non sa scrivere. Ma poi all'interno di chi sa scrivere, secondo me, c'è chi ci riesce naturalmente e senza sforzo e chi ha bisogno di qualche dritta "di metodo" (non di grammatica, insomma!). Tanto per dirne una, mia moglie non scrive racconti perchè sostiene che abbiano una forma e una struttura totalmente diversi dal romanzo, e non si sente abbastanza "allenata" e "istruita".

    Sul fatto che non sia sofferenza, mah, ho un amico che è uno scrittore *abbastanza* affermato, e nel suo caso direi che la sua è sofferenza genuina, ma è anche vero che il suo caso è abbastanza "singolare". :)

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    1. Sulle dritte di metodo sono concorde, ma secondo me appunto puoi avere delle dritte non imparare una cosa che non ti riesce.
      Per quel che riguarda la sofferenza, capisco lo scrittore che magari ha anche problemi propri che prescindono dalla scrittura e dalla frustrazione che essa può dare, ma a me danno fastidio quelli che ne fanno una posa.
      E ce ne sono, quanti ce ne sono!
      (Sì, se dovessi darti un euro per tutti i miei errori di battitura scovati potresti costruirti agevolmente una casa -.-").

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    2. In realtà abbiamo ragione entrambi perchè anche io penso che o sai scrivere o non sai scrivere. E' che il "non sai" scrivere è quello e basta, mentre il "sai" può avere varie sfumature (una cinquantina, diciamo :p).

      Inoltre andrebbe distinto il fatto di saper inventare delle storie dal saperle mettere giù in un italiano degno: quanto contano queste due cose nel "saper" scrivere?

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