mercoledì 22 gennaio 2014

Nuova rubrica: "Rieduchescional libraia", di storia del libro, della stampa e di tutto ciò che ci gira intorno. Poca ironia, ma tanta cultura, che male ogni tanto non fa.

In "Magnifica presenza" Elio Germano esce pazzo perchè
non riesce a trovare la mitica figurina di "Garibaldi"
Pensa che ti ripensa, poiché nei buoni propositi per l'anno nuovo avevo espresso la duplice intenzione di rendervi edotti su parti della storia del libro e al contempo inaugurare qualche nuova rubrica, ecco che ho unito le due cose sfornando "Rieduchescional Libraia" rubrica sulla magggica storia del nostro caro amico quadrangolare. Per dimostrarvi che essa non è solo noia e tedio inizierò con quel misconosciuto e bistrattato argomento che sono le figurine. Durante lo stesso esame universitario che mi portò a studiare la nascita del pop-up (a proposito mi scuso per non aver ancora dato indicazioni più precise sul saggio che citavo, ma mio padre ha pensato bene di far spazio in casa impacchettando tutti i miei libri universitari e ficcandoli in cantina ove nessuno può raggiungerli, un giorno mi lancerò alla ricerca), comunque, durante questo esame studiai anche la storia delle figurine. Io non sono mai stata una grande appassionata, ma come tutti i bambini/ragazzini ho avuto qualche album (di cui ricordo solo quello de "La bella e la bestia") e l'incessante ritornello del "Ce l'ho! Non ce l'ho!" (che qui al nord storpiano indegnamente in "celo non celo").
Esempio di cromolitografia.
Esse ci sono, ma non ne siete
coscienti.
 Magari in molti pensano che certi argomenti non vadano studiati nelle somme aule universitarie ed equiparano le mie fatiche al famoso corso di studi sul benessere del cane e del gatto (vi ricordate la prima epoca di delirio post riforma Moratti?), ma essi dovranno ricredersi alla notizia che le figurine sono il miglior esempio d'impiego della cromolitografia
 Cos'è? Trattasi di una stampa che usa una matrice di pietra su cui viene disegnato con una matita grassa, dove, dopo vari trattamenti, si versa dell'inchiostro che aderisce solo al disegno a matita. Pur potendo usare un colore per volta, (quindi per otto colori otto matrici), rispetto a tanti metodi per produrre stampe, era decisamente più semplice, cosicché divenne la tecnica principe con cui produrre da metà '800 i cartoncini pubblicitari. Il primo tassello verso la mania della collezione fu fatto da Aristide Boucicaut, proprietario dei Bon Marché (grandi magazzini parigini) che, per pubblicizzarli, fece stampare una prima serie di cartoncini. Fu il delirio, erano praticamente uno dei primo gadget regalo della storia e la moda si espanse in breve a tutta l'Europa.
Notiamo la fantasia con cui le scatolette di carne venivano
infilate nelle stampe.
 Il secondo passo verso la serializzazione dei cartoncini fu però fatto Justus von Liebig l'inventore dell'estratto di carne. Costui, che in verità non aveva bisogno di una vera pubblicità visto che il successo della sua invenzione fu fulmineo (si parla di 2000 bovini uccisi al giorno), iniziò comunque a infilare cartoncini nelle confezioni, arrivando, a tirature di tre milioni di copie. Quale fu però il balzo in avanti di Liebeg, (oltre la diffusione planetaria)? L'idea di passare da una serie di cartoncini ad argomento vario (ovviamente le donnine erano sempre il piatto forte), a delle vere e proprie serie tematiche a sfondo pedagogico con fiabe, segni zodiacali, architetture dei vari paesi del mondo.
Come fu e come non fu, il collezionismo e la pubblicità trovarono nelle figurine questo strano connubio. Era tale la loro diffusione che persino Goebbles, il ministro della propaganda del terzo reich, ne fece produrre delle serie da infilare nei pacchetti di figurine, temi favoriti: la biografia di Hitler e la rinascita tedesca.
Cosa succedeva in Italia? Volevamo forse rimanere noi fuori da tale delirio? Ovviamente no! Anzi, demmo prova di particolare attaccamento alla questione con la famosa figurina del feroce Saladino, un trauma nazionale talmente profondo che ne abbiamo tuttora memoria benché senza cognizione di causa. Nel 1934, in pieno fascismo, durante il programma Radio "I quattro moschettieri" venne lanciato questo concorso Perugina- Buitoni che prevedeva ricchi premi per chiunque riusciva a terminare uno specifico album da 100 figurine. Ciò che fece dell'Italia una nazione di collezionisti accaniti fu però il super premio: chiunque fosse riuscito a terminare 150 album avrebbe vinto una FIAT topolino! Errore di distribuzione volle però che la mitica figurina mancante, quella del feroce Saladino, fosse stata inviata solo in alcune sperdute località del sud scatenando non solo un mercato nero delle figurine, ma anche la regolamentare i concorsi successivi (c'era il sospetto, direi fondato, che tale errore fosse stato studiato a tavolino per non regalare a nessuno 'sta benedetta macchina).
 Solo dopo la guerra finalmente le figurine si distaccarono dalla pubblicità divenendo un oggetto autonomo. 
La prima figurina Panini
 Nel 1949 Lotario Vecchi, (nato piazzista morto editore nonché inventore della rivista "L'Audace" acquisita poi da Bonelli che ne fece il primo mattone della sua casa editrice) fu il primo a mettere in commercio in edicola figurine ed album slegati da un prodotto pubblicitario. Poi nel 1961 giunse finalmente, al termine di una lunga storia, ciò che noi identifichiamo davvero con la parola figurina: la Panini. Furono infatti costoro, che introdussero anche la novità dell'adesivo (prima rimanevano ancora cartoncini sciolti) ad avere la geniale idea di unire un fenomeno di massa ad un altro fenomeno di massa: figurina + calcio = amore.
Nella rigogliosa città di Modena peraltro, prospera il  Museo della figurina, creato con lo storico lascito di Giuseppe Panini, a cui spero di far visita prima o poi.
 Ecco, spero di non avervi appallato troppo. Il tono in effetti è un po' di Philippe Daverio, ma a questo punto spero piuttosto di fare la fine del figlio di Piero Angela. Di catacomba in catacomba anche se è pure lui un 'figlio di', mi sta più simpatico.


 Se volete saperne di più, consultate il saggio "Invenzione e storia delle figurine" di Lucia Masina, all'interno del libro "Le tecniche in piano. Litografia e serigrafia" ed. Istituto nazionale per la grafica.

4 commenti:

  1. Bellissimo post, Vulvia sarebbe fiera di te :D

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    1. Grazie Impossiball, era un po' che mi frullava in testa. Penso che molto ti sollazzeranno anche quelli sulle stranezze della storia del libro ;) (Vulvia a quel punto farebbe una standing ovation).

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    2. urrà! Roba da sollazzarsi come se non ci fosse un domani!

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  2. Ma che pallosa! Molto interessante, davvero.

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