mercoledì 12 marzo 2014

Il gattopardo o anche l'expecto patronum dell'Italia o anche il suo daimon. E' davvero possibile ammazzarlo, come dice Friedman? Nessun libro come "I viceré" ha una risposta tanto lapidaria

In Italia siamo ossessionati da una mitologica figura d'animale: il gattopardo.
Il povero Bersani riceve il bacio della morte (politica)
da parte del giaguaro/gattopardo.
 Questo felino turba i sogni di molti e da un certo punto di vista, può essere assimilato all'orologio della morte. Sapete cos'è? Un insetto che si infila nel dorso dei libri e lì stanzia. Leggenda vuole che una persona che stia per morire riesca a sentirlo pulsare come fosse il ticchettio di un orologio, l'orologio che scandisce gli attimi che mancano alla tua fine  (sì lo so fa estremamente schifo). Il gattopardo funziona allo stesso modo. Se una persona non gattopardesca lo nomina o si propone di farlo fuori, ecco che la sventura e la peste si abbatteranno su di lui.
 Bersani ne è l'esempio più luminoso. Il figlio di un benzinaio si proponeva di smacchiare il giaguaro (cugino felino del gattopardo) e non solo non ha vinto le elezioni col botto, ma una serie di sfighe cosmiche si sono abbattute su di lui per punirlo dell'orrida hubrys.
 A cosa è servito questo dotto preambolo a base di insetti, anatemi e felini?
 Alle mie perplessità davanti ai libri come quello di Alan Friedman "Uccidiamo il gattopardo". Sottotitolo del libro: "La gente ha capito. I politici no. Il paese vuole cambiare. Davvero."
 Esso è solo l'ultimo dei saggi sulle presunte italiche voglie di cambiare che schizza primo in classifica. Se si desse un'occhio alle novità dell'attualità da un anno a questa parte, secondo quel che esce in libreria dovremmo essere  un paese che lotta con le unghie e con i denti per far fuori la propria classe politica, desiderosi di un cambiamento vorace e invocatissimo, solo che la classe politica non lo capisce e stranamente e pervicacemente rimane attaccata alle proprie poltrone.
 Pare che l'effettiva possibilità che il popolo italiano in realtà non abbia nessun interesse a cambiare, non sfiori nessuno. 
Perché Friedman culla l'elegante illusione che noi saremmo in grado di ammazzare un animale sì tanto forte, feroce e mimetico?
 Perché egli vive in mezzo a noi, intorno a noi, in molti casi siamo noi, ma ha una cosa che non avrà mai di noi: la mentalità non anglosassone.
 Egli, sornione e fiducioso, braccia conserte e accusatore di un grande trappolone Napolitano-Monti ci occhieggia certo che prenderemo la tessera elettorale alla mano e faremo la rivoluzione. Il libro schizza primo in classifica e questo dovrebbe essere la prova provata che ha centrato il tema. Se voi foste dei librai, avvezzi a vedere annualmente grandi successi di popolo finire nel dimenticatoio l'anno successivo non vi fareste alcuna illusione.
 I libri di attualità, molto più che in tanti altri settori, NON sono lo specchio del paese. Tutti i giorni mi giungono novità che parlano di un'Italia che poi non si vede realmente. Nessuno parla del gattopardo che è in noi, tutti indicano quello fuori di noi. E' una cosa freudiana da un certo punto di vista, uccidere la parte oscura dentro di noi è mai possibile? Certo che no. 
  Alcuni popoli hanno delle parti oscuri e dei demoni interiori più seri e/o meno dannosi o più dannosi in altri ambiti, noi italiani abbiamo lui il gattopardo. Esso è daimon di socratesca memoria e expecto patronum insieme: lo evochiamo quando siamo terrorizzati, pensando e invocando tutto ciò che ci rassicura. Egli appare e con un balzo si mangia lui, il famoso cambiamento, per noi alla stregua del dissennatore di harrypottiana memoria. 
 Il libro di Friedman farà la stessa fine di tutti i suoi illustri predecessori: tra quindici anni lo troveremo nelle bancarelle dell'usato o in quelle miserande cassette dove cercano di smerciarti vecchie glorie libresche brossurate a 5 euro.
 Sono solo due i libri che un italiano e un cronista avventato che invoca l'uccisione di felini immortali dovrebbero leggere:
1) Il gattopardo.
2) I vicerè
 Se il primo, forte anche di un film bellissimo, è famoso urbi et orbi, il secondo ha goduto nel tempo di minor fama. Balzato agli onori del vasto pubblico con quell'orrendo film che ne fece Faenza pochi anni fa (io tutta giuliva dopo la lettura mi sono precipitata a recuperarlo e l'ho trovato pessimo), "I viceré" di Federico De Roberto  ha la forza dei grandi romanzi ottocenteschi e una modernità inquietante. Sotto molti punti di vista è molto più affilato e preciso nel suo analizzare il demone gattopardesco del nostro popolo e supera nettamente il libro di Tomasi di Lampedusa.
 La storia, per chi la ignorasse (ma se la ignorate correte a comprare il libro, farà felice le serate dei vostri prossimi giorni) parla della famiglia Uzeda, siciliana, discendente di mitici vicerè spagnoli, antica, ricca e temuta, in un range di anni che va dal 1855 al 1882, ossia pieno Risorgimento.
 E' in atto la più grande rivoluzione italiana. L'Italia che si unisce, i mille, il parlamento, nord e sud insieme, caos. Il libro inizia con una morte e finisce con una morte. Muore la matriarca lasciando tutto al figlio prediletto, uno scansafatiche che vive in Toscana, e la legittima al primo figlio che finge di rispettare i desideri materni. Lei ha voluto così e lui obbedisce. Poi ordisce e trama e senza troppa fatica,  fingendo sempre di essere profondamente costretto a certe decisioni e accentra nuovamente su di sè tutti i poteri. Non è il principe di Salina, ma un uomo avido, dalla mente chiusa e il polso fermo.
 Attorno a lui si muove una corte di sorelle, una destinata a mostruose gravidanze (isteriche, feti mostruosi, immaginarie), l'altra a un borghese garibaldino, una delle figure più tragiche e insieme archetipiche del libro.
 Il vecchio Uzeda è la nobiltà potente e antica, il  garibaldino, colui che crede ciecamente nell'ideale e fino all'ultimo lotta per quello in cui ha creduto e solo alla fine si accorge con orrore che non sono i nobili a non voler schiodare,  ma il popolo a non voler cambiare.
 Il gattopardo per eccellenza è Consalvo, il bello e astuto figlio di Uzeda. Mai piegato alla volontà paterna, come sua sorella (che finirà per sposare il fratello del suo innamorato solo per compiacere i genitori), Consalvo litiga ferocemente con lui in uno scontro che è più generazionale che ideologico. I tempi cambiano e Consalvo vuole il posto che fu del padre e dei suoi avi, quello dei viceré, ma lo vuole con le regole nuove.
 Che cos'è un vicerè? Così recita wikipedia: "Colui che governa, in rappresentanza del sovrano, una provincia, una colonia o in generale una parte di regno, detta vicereame."
 Consalvo vuole il vecchio potere di famiglia, ma si serve delle nuove regole. Si propone come il nobile che ripudia i nobili, l'uomo nuovo che saprà rigettare il vecchio mondo perché da lì viene e ne conosce le astuzie, è il ricco che rappresenta il povero, perché non è come lui, ma come lui si sente. E il popolo, osannante, si spella le mani ai suoi discorsi.
 Questo è quello che egli dice alla folla che lo acclama durante un discorso elettorale: 
"Io seguirò le sorti di quel partito che ci darà la libertà con l'ordine all'interno e la pace col rispetto all'estero (Benissimo, applausi), di quel partito che realizzerà tutte le forme legittime conservando tutte le tradizioni (Bravo!Bene!), di quel partito che restringerà le spese folli e largheggerà nelle produttive (Vivissimi applausi), di quel partito che non presumerà colmare le casse dello Stato vuotando le tasche dei singoli cittadini (Ilarità generale, applausi), di quel partito che proteggerà la chiesa in quanto potere spirituale e la infrenerà in quanto elemento di civili discordie (Approvazioni), di quel partito, insomma, che assicurerà nel modo più equo, per via più diritta, nel tempo più breve, la prosperità, la grandezza, la forza della gran patria comune (Applausi generali)"
 E questo è quello che succede ancora alla popolazione che presuntamente vorrebbe ammazzare il gattopardo. Ossia vivissimi applausi, vivissime promesse.
  "La storia", dice Consalvo dopo aver battuto lo zio garibaldino, colui che davvero si era battuto per il cambiamento, "è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. le condizioni esteriori mutano; certo tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d'oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi universale non è né un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza."
 "La nostra razza non è degenerata, è sempre la stessa".
 Ed è per questo che il Gattopardo non può essere ammazzato e tra tre anni il caro Friedman se ne starà pasciuto e sorridente tra le cassette della frutta in svendita.

8 commenti:

  1. Proprio così, proprio così. Mi sono davvero goduta questo commento, desolante se pensiamo ai destini di questo povero paese, ma puntuale. Metto i Vicerè tra i libri da rileggere.

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  2. "Il libro di Friedman farà la stessa fine di tutti i suoi illustri predecessori: tra quindici **anni** lo troveremo nelle bancarelle dell'usato o in quelle miserande cassette dove cercano di smerciarti vecchie glorie libresche brossurate a 5 euro."

    Volevi dire mesi, vero?

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    1. Secondo me voleva dire giorni.

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    2. Avete perfettamente ragione entrambi. Salomonicamente correggerò ora a 15 settimane.

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  3. I Viceré è una potenza della letteratura. Gli Uzeda sono i Buddenbrook del male.

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  4. Ho amato il Gattopardo, leggerò I Viceré. Sulla stessa terribile scia è il libro di Pirandello, "I vecchi e i giovani". Meditiamo, gente!

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  5. Cmq, mi è venuto in mente che, con mia moglie, avevamo visto Bowling a Columbine e così, pensando di fare cosa gradita, mi regalò un libro di Michael Moore, mi pare "su la testa". Problema: come fai nel 2006 a leggerti un libro di attualità americana uscito nel 1997? Dopo 20 pagine ho desistito, sfiancato da nomi e fatti di cui non avevo la benchè minima idea.

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  6. Bellissimo e intelligente post. Complimenti!
    Mi hai fatto venir voglia di leggere il libro di De Roberto.
    E' un po' che ti leggo ed hai sempre dei punti di vista interessanti e degni di riflessione.
    Grazie.
    Lucia

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