martedì 10 febbraio 2015

"E la chiamano estate" anche quell'estate in cui l'infanzia corre via e l'età adulta si presenta con uno strano benvenuto. La graphic novel delle cugine Tamaki e la loro magica capacità di ricreare quel momento da cui non si torna indietro.

 Il regista Virzì ha un fratello che ambisce a fare il suo stesso lavoro e che un po' di anni fa sfornò un film innocuo che però mi rimase assai impresso, era "L'estate del mio primo bacio".
 Il titolo che promette zuccherosità post Non è la rai, con Ambra in cerca di un principe azzurro o un altro di quei filmacci anni '80, inizio anni '90 con gente sfigata che sposava riccastri conosciuti in vacanza in nome di questo piccolo grande amore, in realtà racconta più che un primo bacio, un'estate. 
E non un'estate qualsiasi, ma quelle estati forse ormai perdute, in cui madri che non lavoravano (oh non fraintendete non sto dicendo che era una cosa buona eh!) o nonni in pensione trasportavano vagonate di nipoti in luoghi periferici, generalmente su un mare, un lago o in montagna, ove si possedeva una casa che era tendenzialmente un buco e che si ritrovava in uno stato di mummificazione inquietante dopo un anno esatto di assenza e chiusura.
 Questi luoghi periferici, generalmente disabitati o quasi, prendevano vita come cittadelle fantastiche e assumevano il curioso status di vita alternativa, con amici diversi, amori diversi, parenti diversi e abitudini diverse. La seconda particolarità dei bei tempi che furono era l'assoluta incomunicabilità con la vita precedente: no internet e talvolta no telefono, impedivano anche le più normali conversazioni con i legami primari della nostra vita precedente.
 Avendo un nonno sardo, io, ingrata, sono stata trasportata per anni, tra mille ingratissime proteste, per tre mesi sani in terra oltretirreno, in un paese bellissimo sul mare, che in inverno contava 200 abitanti, quando ero piccola in estate ne contava 2000 e ora credo si aggirerà intorno al decuplo. 
Lì, passavo questi tre mesi in uno stato di pena continua.
 Avevo sì amici trascinati da altre parti d'Italia in quei luoghi dimenticati da Dio (Sardegna selvaggia rules!) perciò non ero esattamente come Robinson Crusoe costretta a parlare solo con mia sorella piccola, in qualità di Venerdì, ma mancavano i fondamentali mezzi di civilizzazione.
 Innanzitutto non avevo tv (indimenticabile il tentativo di mio padre di vedere le corse di Formula 1 tramite una specie di tv palmare di epoca premoderna) e per conoscere quello che avveniva oltremare dovevo usare con parsimonia scarse schede telefoniche alla cabina del paese che aveva sempre una fila assurda o (follia) scrivere lettere, che per la metà venivano perdute dal servizio postale italiano.
 Quando tornavo, tre mesi dopo, abbronzata e in megasalute, mi ritrovavo con tutti i miei amici che nel frattempo avevano fatto cose a mio dire ben più favolose delle mie: altro che mare cristallino, spiaggia bianca e amici di tutta Italia! La vita si era svolta altrove! Tutti si erano puntualmente fidanzati tra di loro e avevano anche avuto il tempo di lasciarsi (fidanzamenti delle scuole medie s'intende), si erano formati gruppi rivali di amicizie insospettabili e nessuno sembrava disposto a riassorbirmi in quanto elemento che non aveva vissuto nessuno psicodramma collettivo estivo. Le mie migliori amiche si erano fatte altre migliori amiche e io venivo gettata in una tale confusione che per tanti anni ho pensato di essere arrivata a vent'anni senza nessun coinvolgimento emotivo/sentimentale perché ci si innamora d'estate e io d'estate ero lontana dalla vita vera, relegata su una spiaggia sarda (sì lo so, è evidente un'enorme gigantesca falla nel ragionamento.
 Come ovvio, svariati anni dopo, con ferie estive di al massimo due settimane, non solo maledico quell'adolescente rincoglionita che avrebbe potuto lamentarsi ben di meno, ma ho una grande nostalgia per quella irripetibile possibilità di precipitare per tre mesi in un altro mondo, come se in un anno fosse possibile vivere due vite.
Questo lunghiiiiiissimo preambolo di ricordi non richiesti, è per spiegare quanto sia eccezionale una delle graphic novel che ha fatto più parlare di sé l'anno scorso: "E la chiamano estate" delle cugine canadesi Jillian e Mariko Tamaki ed. Bao Publishing. L'avevo già consigliata quale regalo di Natale, ma merita indubbiamente un approfondimento.
 I libri che vedono un legame fortissimo tra la fine dell'infanzia e l'inizio della vita adulta con un'estate fondamentale, sono innumerevoli. A questa stagione viene conferito un potere liberatorio che rientra quasi nel campo della magia e probabilmente un motivo c'è: l'estate è l'unica stagione dell'anno in cui la vita quotidiana subisce un mutamento. E' difficile cogliere i cambiamenti quando l'orizzonte è sempre piattamente uguale, gli amici gli stessi, il tran tran identico. Ma quando ti tolgono la scuola, quando la migliore amica parte per il mare, quando si viene spediti in un campo scuola, immediatamente la vita muta radicalmente. Ci si sconvolge quasi che possa essere la stessa vita che vivevamo fino al giorno prima della gavettonata dell'ultimo giorno di scuola.
 "E la chiamano estate" è uno dei tanti libri su questo mitico passaggio, ma è forse uno dei pochissimi in grado di ricreare quell'atmosfera di sospensione carica di elettricità di quella tragica estate in cui "tutto cambia". Due amiche, Rose e Windy  si incontrano tutti gli anni ad Awago, piccolo paese a metà tra il mare e la boschività canadese, abitato da quella vasta umanità un po' sconcertante che si può ravvisare talvolta nella profondissima provincia.
  Anche quell'ennesima estate sembra identica a tutte le precedenti, eppure c'è qualcosa che mina i loro pomeriggi a mangiare, gironzolare e fare lunghi bagni. Ben due misteri aleggiano sulla loro serenità: perché i genitori di Rose litigano tanto e sua madre è sempre tanto triste? E cosa accade tra i ragazzetti del paese, tutti più grandi e con un giro sentimentale così complesso da sembrare inestricabile?
 Il ritmo, volutamente lento, permette alle autrici di ricreare quella noia sonnolenta delle estati preadolescenti che sembrano lunghe il quadruplo di quando si è adulti.
  Le cose che sono sempre bastate iniziano a stare strette e si inizia a desiderare la libertà negata dai genitori. 
 Si vuole uscire con i ragazzi più grandi che sembrano tanto affascinanti (e spesso sono solo più confusi dei preadolescenti), si vogliono vedere i film proibiti di cui tutti parlano  , si vuole iniziare ad essere visti come persone a cui non tutti i segreti vengono nascosti in nome di una protezione verso le brutture del mondo che inizia a vacillare.
 Le cugine Tamaki sono riuscite a intrappolare in un libro quella sensazione indefinita di attesa continua di quelle estati in cui  le cose che prima sembravano fondersi indistintamente con l'orizzonte ci appaiono per la prima volta in tutto il loro splendore, ma anche il loro orrore.
  La  delusione, quasi immediata, è la  cesura definitiva con l'infanzia, come la mela di biblica memoria: una volta che hai conosciuto, che hai saputo cosa c'era dietro il velo, il paradiso perfetto, inattaccabile, è ormai svanito per sempre.
E' la coscienza che si sveglia. E' il mondo che diventa vero, i particolari che finalmente assumono un significato e i misteri si svelano rivelando una realtà di adulti che non è splendente come si immaginava.
 "E la chiamano estate" anche quell'estate da cui non si torna indietro.
 Straconsigliato a tutti coloro che hanno vissuto un'estate particolare o venivano trascinati in questi luoghi indefiniti che non esistono più, raggiunti ormai da qualsiasi banda larga e a tutti coloro che amano le belle davvero belle graphic novel.
 Faccio un azzardo, ma secondo me, rimarrà un classico.

 Su Fumettologica potete trovare un'anteprima delle prime pagine, così potete dare un'occhiata anche agli straordinari disegni.

 E qualcuno l'ha già letta? Cosa ne pensa?

2 commenti:

  1. Primo libro letto nel 2015 :) Bello! Non perfetto, ma bello.
    Hai ragione quando dici che cattura quella particolare atmosfera da estate in bilico fra pre-adolescenza e adolescenza vera e propria. Anche se è lunghissimo, mi è spiaciuto che finisse perché avrei voluto accompagnare ancora per un po' le due protagoniste.

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  2. Letto l'anno scorso, poco dopo l'uscita, in estate.
    Il mio unico commento è: <3

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