venerdì 29 aprile 2016

Dire addio alle case della nostra infanzia è dire addio ai nostri ricordi? "La casa" di Paco Roca, i genitori e i nonni che ci lasciano, la forza di lasciar andare e di lasciare in sospeso quel che non può svanire, per nessun motivo.

 Un tempo la classe operaia non andava in paradiso, ma con un po' di sacrifici poteva costruirsi una casetta al mare.

 Per costruirsi si intendeva, in taluni casi, proprio la costruzione fisica di una casa anno per anno o la ristrutturazione perpetua di un vecchio rudere (o casa di poverissimi nonni o genitori) che, nonostante tutti gli sforzi, ogni estate puntualmente tornava decadente al punto di prima.
  Anche la casa al mare dove sono andata per tutta la vita era così. 
 Era la casa natale di mio nonno in Sardegna, aveva un camino (che ovviamente non ho mai visto funzionare) e il pavimento ce l'ha messo mio nonno quando mia madre era piccola che quando era piccolo lui ci stava direttamente la terra.
 Per anni mio padre ha meticolosamente ristrutturato ogni parte, combattendo con una gigantesca boungavillea, cercando di rendere agibile il pozzo in cortile (ebbene, io ho anche vissuto quel momento in stile dopoguerra dove in Sardegna ad un certo punto finiva l'acqua e dovevi andare e riempire bottiglie e taniche a fonti in mezzo al niente), dando l'intonaco tutti i santi anni (che l'umidità faceva venir giù praticamente i muri) ecc. ecc. ecc.
 Una delle cose che odiavo di più al mondo infatti, era quando arrivavamo a destinazione per rimanerci tre mesi.
 Aprivi la casa e dovevi renderla agibile, cosa che richiedeva minimo una settimana in cui bisognava coabitare con odore di muffa, insetti, spifferi e problematiche varie.
 Ma vabbeh, era la Sardegna del mare perfetto e dopo poco passava tutto.

 "La casa" di Paco Roca è una graphic novel autobiografica in cui l'autore spagnolo mette in scena un ricordo di suo padre (identico nella foto alla fine e nel fumetto) attraverso la sua eredità: una piccola e sgarrupata seconda casa per le vacanze.
 Una casetta al mare costruita a metà secolo da un allora giovane padre di famiglia che veniva da una famiglia poverissima.
 Per lui avere un posto dove portare in estate i tre figli e passare il tempo libero era non solo un riposo per il fisico, ma soprattutto la realizzazione di un ideale.

 Ogni generazione ha dei sogni di realizzazione che potremmo prendere come specchio dei tempi. 

 Un tempo possedere una casa di proprietà (fissazione che a quanto pare gli spagnoli condividono con gli italiani) e addirittura una seconda magione per le vacanze voleva dire essere emersi da una condizione di povertà primigenia.
 Non importava quanto grande o come fosse la casa, non era importante costruire una pergola con materiali di recupero in vece di una elegante e ombrosa.
 Il punto non era la pergola, era la possibilità di averla potuta realizzare proprio come in un piccolo grande sogno.
 La storia prende le mosse dalla sua morte e dall'avvento dei tre figli nella vecchia casa.

Il padre era sopravvissuto a un'operazione ben riuscita, ma poi, di colpo, si era lasciato morire: perché?
 Cos'era successo all'uomo ottimista che fino all'ultimo aveva combattuto per tornare a potare il suo orto e passare il tempo col suo migliore amico, un vedovo di una casa vicino?
 I tre non lo sanno e in cuor loro sperano che sia la casa a svelargli l'arcano (mentre l'arcano avrebbero potuto svelarselo da soli se solo ci avessero pensato, quanti danni facciamo quando non ci curiamo dei sentimenti delle persone con cui parliamo), ma non accade.
 In compenso affiorano ricordi e nostalgie, rimembranze del tempo incantato dell'infanzia, di estati fissate in un'unica luce, della mano forte che li portava a prendere l'acqua, a piantare i semi dell'orto o a occuparsi di uno degli infiniti lavori di cura di cui necessitava quella comunque mai completata casa.
 Ognuno ha la fugace tentazione di non venderla, di trattenerla, come se così il ricordo potesse mantenersi più vivo.

Non è un desiderio così strano rimanere legato alle case del passato, perché forse come nessuna cosa tangibile riescono a ricordarci un'immaginaria epoca d'oro della nostra esistenza.

 Io, ad esempio, sogno sempre la casa in cui ho vissuto fino a ventidue anni e quella al mare, e mai la casa nuova dei miei genitori, le varie in cui mi sono trasferita dopo essere andata via di casa o quella in cui abito ora.
 Ci sono dei luoghi che rimangono, più di ogni altro, casa e bisogna avere un grande coraggio per lasciarli andare.

 Del resto bisogna avere anche un grande coraggio per lasciar andare le persone a cui abbiamo voluto bene, rassegnarsi a convivere con risposte che non potranno più darci e con decisioni che forse abbiamo sbagliato a prendere nei loro confronti.
 Lasciar andare non vuol dire per forza mettere la parola fine, ma lasciare in sospeso molte cose.
 L'importante è capire quanta importanza questa sospensione debba avere nella nostra vita, se debba assumere l'impegno tangibile di una casa da mandare avanti o il sottile rimpianto di averla venduta.
 I morti rimangono morti, ma solo noi possiamo decidere come gestire quello che ci hanno lasciato, in modo tangibile e intangibile.

Colori bellissimi, toni dell'arancione che rendono in pieno il caldo e la nostalgia dei pomeriggi d'estate. Fidatevi, è una graphic novel bellissima. E piangerete come fontane.

giovedì 28 aprile 2016

La dolce vita. L'assurda narrativa anglosassone che sovrappone un'immaginaria terra di delizie, amore, bontà e paesaggi alla nostra amata patria italica. Dove finisce il lenzuolo di Sophia Loren e dove iniziamo noi?

Questi ultimi giorni, lo ri-ripeto, sono stata a Firenze coi miei genitori.
 Un po' perché il tempo era meraviglioso, un po' perché faceva caldo come se fosse già Luglio, si aveva l'impressione di essere già nel bel mezzo dell'estate.
Impressione che non avevo solo io, ma soprattutto le centinaia e centinaia di turisti, per la maggior parte anglosassoni o orientali (ricchissimi) che affollavano le vie del centro storico.
 Gli stranieri erano così precisamente calati nel loro ruolo di "turista che visita la toscana" che ho visto orde di turiste vestite in stile moda Capri Positano, scalare San Miniato in tacchi e vestiti a righe alla Jackie Kennedy.
 Così mentre gli inglesi e gli americani si dedicavano a foto in posa con preti, frati, gelati, pizza e grazie a dio non mandolino, conciati come se fossero usciti da un film del dopoguerra, gli orientali vagavano con capi d'altissima moda che non mi spiego ancora come abbiano stipato nelle loro valigie.
  Gonne a ruota gigantesche, crinoline, busti, borsette fashion, sembravano uscite da un servizio sulla "Bella Italia" di Vogue Giappone.
 Perplessa, davanti ai miei fiori di zucca fritti, mi è tornato in mente un frame del film "Mangia, prega, ama".

 Vi ricordate il momento in cui Julia Roberts affitta un appartamentino a Roma da una specie di Sora Lella e decide di godersi la vita rallentando il ritmo?

 Vi ricordate che per farlo si siede a terra e intinge un asparago crudo nell'olio mentre il sole mediterraneo le increspa il volto?
 Ecco, quel fotogramma è rivelatore di una verità molto semplice: gli stranieri, in special modo gli anglosassoni (gli orientali hanno un disincanto un po' pauroso e francesi e spagnoli ci sono troppo vicini per credere a cose del genere), quando pensano e visitano l'Italia, non vedono lo stesso luogo che vediamo noi.
 Un po' dipende dal fatto che ovviamente il turista ha una sorta di filtro della felicità che rende tutto più bello, molto altro da un insieme di pregiudizi positivi che rendono l'Italia e gli italiani più un luogo dell'immaginario che geografico.
 Pensate che esageri? Fidatevi, questa mia deduzione logica (non particolarmente brillante tra l'altro) è supportata da un vero e proprio genere letterario assai amato nel mondo americano e inglese: le storie in stile "dolce vita" in cui noi italiani facciamo da sfondo a un'idea di felicità così artificiale da non poter essere che letteraria.
Lo ignoravate?

 Scoprite con me le caratteristiche di questo favoloso filone (da noi praticamente e ovviamente non tradotto)!

 MARCELLO,COME HERE!:

 In Italia i libri amorosi lo sappiamo prevedono magicamente sempre le stesse destinazioni: Parigi, Notting Hill, New York e, ogni tanto, Barcellona. Raramente qualcuno si innamora in Finlandia o in Estonia e, anche a livello locale, il massimo massimo dell'accettabile è Milano. Ambientare amori a Sora o Imola non tira.
 Per gli anglosassoni, invece, è l'Italia il suol dell'ammmore. Ma non tutta. 

 La zona specifica che gli autori e le autrici del genere "dolce vita" amano è il centro Italia. C'è persino un libro di Michelle Damiani intitolato "Il bel centro" e la cosa mi fa un po' ridere.

 Perché? Perché io sono molto fiera di provenire dal centro Italia, con tutto il rispetto per il nord e per il sud, penso che sia una qualità della vita ottima: si sta bene, ma non troppo, le persone sono aperte, ma non troppo (o troppo poco), è ovvio che ci siano mari e montagne migliori nel resto dell'Italia, ma per viverci tutto l'anno, le dolci colline toscane, la campagna romana, la Tuscia e l'Umbria per dire, sono mediamente molto migliori.

 Quello che mi ha stupito molto quando sono venuta al nord è che qui, al contrario mio e di Michelle Damiani, la gente non ha il concetto di centro Italia. Sotto l'Emilia Romagna (e con una certa confusione sul ruolo della Toscana) è tutto sud.
 Le autrici anglosassoni, invece, adorano il centro Italia e hanno un'unica altra eccezione: la Sicilia (anche se qualcuno si allunga in Calabria). Non per niente l'autrice del genere più famosa dopo Elizabeth Gilbert è Frances Mayes, autrice del celeberrimo "Sotto il sole di Toscana" (capostipite di una serie di aficionados di terra etrusca da  "To Tuscany with love" di Gail Mencini e "Summer in Tuscany" di Elizabeth Adler).
 Sarà il Brunello di Montalcino? Sarà che dopo Sting che ha chiamato la figlia Siena e ha convinto mezza Inghilterra che conta a comprarsi un casale in Toscana, fa tanto chic? Saranno i cinghiali? I cipressi? Gli agriturismi e i borghi?
 Sarà tutto, ma quanto piace.

SE VIENI IN ITALIA E NON TI FIDANZI FATTI RIMBORSARE (la trama tipo):

 Una donna, in un periodo di transizione della sua esistenza (divorzio, sfidanzamento, laurea, nozze prossime, crisi lavorativa, insomma qualsiasi momento della vita in realtà è buono), si trasferisce in Italia per breve tempo, un po' per ritrovarsi un po' perché ha bisogno di una vacanza.
 Qui scopre "la dolce vita" un mix di gente di buoncuore dedita a lavori rurali di vario genere, amante delle cene in campagna a base di vino e di cibo da gustare in modo lentissimo, pronta a rendere la vita dello straniero in visita in Italia, un film a base di sole, begli uomini mediterranei, amore, cibo e amicizia.

 Per la serie, ditemi dov'è davvero questo posto sulla terra che mi ci trasferisco.


 Per avere un saggio di quanto dico basta guardare il film tratto da "Sotto il sole di Toscana" dove Roul Bova, napoletano latin lover, porta l'americana di turno in esplorazione per mercati folkloristici (e una capatina a Positano, unico luogo della Campania di cui queste autrici ammettono l'esistenza).
 Tra l'altro, i nostri maschi italici sono un usato sicuro, visto come Franco Nero attende con solerzia il ritorno del suo antico amore nel terribile "Letters to Juliet", film tratto da "Lettere a Giulietta" di Ceil e Lise Friedman.
 Anche qui, una giovane donna in procinto di sposarsi, arriva a Verona e, avendo del tempo da perdere, si mette a smistare le lettere che gli innamorati di tutto il mondo scrivono alla statua della sventurata amante (rimane un mistero poi come tutte queste anglosassoni trovino immediato lavoro e ovunque gente che parli la loro lingua).
 Mentre smista si appassiona a una storia d'amore vecchia di cinquant'anni tra una donna inglese e un caliente italiano (che ricordo vagamente abitava nella campagna toscana).
  Insomma, organizza un ricongiungimento che finisce in un matrimonio over 70 e, già che c'è, si fidanza anche col nipote dell'anziana.
 Vieni in Italia, il fidanzamento è assicurato!

IL MITO DEL RITORNO ALLE ORIGINI E IL MEMOIR:

 "Eat pray love" forse tendiamo a dimenticarlo, non era un romanzo romanzo, ma una sorta di memoir.
 Una valida alternativa, infatti,  alla trama in cui una donna viene a ingozzarsi di pizza a e farsi corteggiare dai butteri nostrani, è l'esperienza di vita che gli americani o gli inglesi (molto più frequentemente i primi) vengono a fare in prima persona in Italia.

 Quello che ne viene fuori è una sorta di stereotipo della dolce vita molto romanzesco.
  Non so se è perché gli stranieri non capiscono bene la nostra lingua o ci sia qualche altro crash antropologico, ma, ai loro occhi, siamo ancora fermi a pizza pizza marescià, Sofia Loren che cammina con braccia a giara, tavolate di cibo all'aperto in qualsiasi stagione, grasse donne gestiscolanti (e ovviamente uomini avvenenti e romantici).
 Facciamo una breve rassegna di questi memoir. Ci sono alcuni casi in cui l'autrice ha delle vaghissime ascendenze italiane e decide di trasferirsi nel bel paese per "ritrovare le proprie origini".

 Per  "ritrovare le proprie origini" nella maggior parte dei casi intendiamo: godersi le estati di un bel borgo antico, non capire niente di quello che ti dicono gli autoctoni, ingozzarti di cibo e vedere bei posti, ossia fare turismo, ma facendo finta di avere un nesso logico con il posto.
 Marlena De Blasi, giornalista gastronomica newyorchese, si è trasferita molti anni orsono in Italia, prima a Venezia, da cui ha tratto il memoir "Thousand days in Venice", poi a San Casciano dei Bagni da cui ha tratto il memoir "Thousand days in Tuscany" e infine "The lady in the palazzo" sulla sua vita in quel di Orvieto, dove vive con giuoia da molti anni.
 Per una Marlena che decide di starci tutta la vita, molti fanno un'estate di piacere, massimo un anno e via. Perciò qui si spalanca una produzione vastissima, come se l'Italia fosse una sorta di luogo geografico più appartenente al regno del fantastico che alla geografia reale.
 C'è la "Summer in Supino" di Maria Coletta McLean, "An Italian Journey" di James Ernest Shaw,  "Somewhere South of Tuscany" della sudafricana Diana Armstrong, "Head Over Heel: seduced by Souther of Italy" di Chris Harrison ecc ecc ecc

ANTIDOTI:

 Alle superiori mi feci regalare un libro dal titolo "Il cuore oscuro dell'Italia". Mi aveva attratto perché era il punto di vista sull'Italia di un giornalista inglese, Tobias Jones, che viveva nel nostro paese da tanti anni.
 Come ci vedeva un inglese che viveva tra noi? Cosa doveva sembrargli assurdo?

 Fu una lettura piacevole, alcuni pezzi erano molto veritieri (l'incubo della burocrazia), altri mostravano un enorme scarto culturale (sembra che gli stranieri, specialmente anglosassoni, facciano davvero fatica a capire il rapporto degli italiani con la religione e la chiesa, specialmente perché pensano che chiesa e religione siano per noi un tutt'uno), altri erano interessanti, ma fino a un certo punto (i suoi problemi di pronuncia).

 Se un inglese volesse davvero capire qualcosa di com'è l'Italia ora, oltre a un luogo dove si mangia, beve e tutti facciamo i simpatici contadini in amore, dovrebbe leggere i libri di Tim Parks.
 Trasferitosi in Italia a 26 anni, nell'ormai lontano 1974, Parks pendola attualmente tra Verona e Milano (dove insegna) e scrive regolarmente libri sullo stato dell'arte dell'Italia e degli italiani.
 In principio fu "Italiani", classico memoir basato sul sempre valido espediente del "pesce fuor d'acqua": persona che non c'entra niente col contesto, ma vi somiglia abbastanza da mimetizzarsi, vive tutto come se fosse un alieno in incognito sulla terra. Poi ci fu "Un'educazione italiana" in cui Parks, partendo dall'assunto che nasciamo tutti uguali e solo grazie all'educazione ricevuta, assumiamo dei caratteri "nazionali", tenta di risalire ai nostri imprinting italico-educativo.
 E poi l'Italia vista dal treno in "Coincidenze" (tutti noi affezionati fruitori di trenitalia possiamo riconoscerci) e quel che basta a riconoscere i contorni di un'Italia vera, non quella da cartolina in cui i turisti sono convinti di vivere.

 Che poi, alla fine, in realtà, è così male che esistano luoghi immaginari che sovrapponiamo a posti reali? Ai posteri l'ardua sentenza.


martedì 26 aprile 2016

Uno spettro si aggira per le librerie: gli youtubers. Una piccola guida per over 25 per capire chi sono queste orde che popolano web e librerie tra endogamia amorosa, puffette, bulli di periferia, i Justin Bieber de noantri e Saviano corveggiante.

 Li vedi molti miei colleghi, spaesati, troppo vecchi per sapere chi siano i protagonisti di questa incomprensibile invasione sui nostri scaffali e troppo giovani per avere figli già adolescenti che gli spieghino chi sono questi ragazzini che scrivono le proprie biografie a sedici anni.


In principio fu Favij, il suo libro si appollaiò neanche sul tavolino delle novità, ma direttamente a scaffale, dove stralunate colleghe riuscivano a ritrovarlo solo dopo aver digitato settanta volte il suo nome sul catalogo: "Favi cosa? Fava? J dove? Favi Dj? E' tipo Gabri Ponte?"

 Quindicenni sconcertati ci fissavano come se fossimo pazzi.

 Facemmo una ricerchina su internet e ci apparve, un ragazzino dinoccolato, a cavallo di un asino o un mulo (non sono una grande zoologa), era diventato milionario commentando nel modo esagitato degli adolescenti, i videogiochi a cui giocava.
 La nebbia, per molti, si infittì. 
 Chi erano gli youtubers?
 Perché vendevano libri? Cosa combinavano nella loro vita? E perché ingeneravano nei ragazzini lo stesso fanatico panico riservato prima di allora solo agli idol canori che ogni generazione si porta dietro come un marchio fatale?
 In realtà non ero completamente digiuna del fenomeno. 
 Durante la tesi della laurea specialistica, parte della mia sanità mentale era stata preservata dai video di Guglielmo Scilla, in arte Willwoosh, forse finora, assieme a Frank Matano, lo youtuber di miglior fortuna che l'Italia abbia avuto. Aveva pochi anni meno di me, faceva video di cinque o sei minuti che commentavano cose quotidiane in modo comico e, ebbene sì, faceva ridere (se non mi credete, guardate uno dei suoi video migliori: "Finte ubriacature").
Willwoosh è recentemente tornato all'ovile di youtube dopo una
 delle fiction  più brutte della storia
 All'alba delle 500.000 visualizzazioni per video, la sua stella fiorì e iniziò una serie di luminose collaborazioni: cinema, radio, orrende fiction e anche una graziosa web serie, "Freaks" che forse rimane la sua cosa migliore (ho visto pure quella, le web serie ogni tanto le vedo).
  Fu solo l'apripista di un fenomeno esploso in questi ultimi due anni. Chiariamo, non stiamo parlando dei The Jackal o dei The Pills. 
 Gli youtubers che stanno invadendo il mercato del libro (con successo, sottolineo), sono ragazzini di max 20 anni, che hanno iniziato a postare video senza piena cognizione di causa e poi sono diventati, per le misteriose vie del web, delle star generazionali.
 Non hanno un corrispettivo tv, perché diciamolo pure, a parte alcune serie, la tv non è che parli più davvero alla fascia d'età 12-18 e sia in grado di mandare in visibilio folle.
 Mi accorsi che stavamo parlando di qualcosa di diverso quando a settembre, alla festa della rete, arrivai trovando il capannone centrale infestato da ragazzine urlanti: parlava tale Sofia Viscardi. Ignoravo chi fosse. Mi sentii molto vecchia.
 Ed è per liberarmi e liberarci da questo senso di vecchiaia (lo so eventuali ragazzini che mi seguite, sembra un post molto geriartico questo), che voglio elencarvi le ultime perle vergate dalla mano di questi prezzemolini del web.
 Così, la prossima volta, eviteremo tutti insieme di dire Favi Dj.

BENJI E FEDE:

Sono sostanzialmente il corrispettivo italiano di Justin Bieber. 
 Come il canadese che crescendo continua a sembrare un quattordicenne (o una lesbica tomboy) è riuscito a far fortuna postando le sue canzoni e il suo ciuffo sbarazzino su youtube attirando l'attenzione di bieberine e case discografiche, così hanno fatto questi due ventenni di Modena.
 Recentemente sono balzati primi, nella classifica dei libri più venduti, grazie alla loro doppia autobiografia incrociata che io, ci tengo a sottolineare, ho anche letto (ci si mettono venticinque minuti al massimo). 
 Alti, biondi, con l'occhio azzurro, uno dei due, Benji, è pure mezzo australiano e suona la chitarra (top del top), si rincorrono artisticamente dalle scuole superiori. 
 Tra alterne vicende, scrivono canzoni e suonano, poi Benji va in Australia, poi torna, poi non si capisce come, finisce in ospedale perché fuma troppe sigarette (e caspita, e quanto fumava?), poi si tatuano, poi siccome sono emiliani e hanno il collettivismo nel sangue, raggiungono il primo successo raccogliendo fondi con una canzone per il terremoto dell'Emilia. 
 Poi li nota una casa discografica, poi hanno alterne vicende, poi vanno a Sanremo (dove, confesso, ne ho sentito parlare la prima volta) come ospiti di un duetto e twitter esplode per loro e infine, pubblicano album e libro che portano in giro per l'Italia con folle oceaniche degne di Vasco Rossi.
 L'altra sera erano anche da Milly Carlucci. Mia nonna mi ha chiesto se avevo visto "Quei ragazzini tanto carucci". Il successo è definitivo.

GRETA MENCHI E SOFIA VISCARDI:

Il libro è in uscita, notiamo la grafica
raffinatissima
I miei spacciatori personali di notizie sui libri in uscita di questi ragazzetti, son
o: 
1) MeltyBuzz
2) La mia sorella YA (tra pochi anni non lo sarà più e mi chiedo come farò).
 Un po' di giorni fa le annunciavo, fierissima, che avevo messo tutti in guardia a lavoro, sull'esistenza di un libro in uscita di Sofia Viscardi e lei, vaticinante come la Pizia, mi ha detto: Guarda che devi stare più attenta a Greta Menchi. 
 WTF?? Chi caspita è ora Greta Menchi?
Swaaaaash (spero di scriverlo bene)!! 
 Ossia il saluto con cui inizia tutti i suoi video e che ora ben conosco, dopo essermene sciroppati una decina e aver decretato che questa ragazza è migliorata nella fotografia dei suoi video, ma non ha ancora capito i segreti del sonoro.
 Cosa fa costei? Sostanzialmente parla. Parla parla parla parla parla parla.  
Di tutto. E' un po' il corrispettivo dell'amica con cui ti piaceva uscire alle superiori perché ti faceva ridere un po' (non troppo), con cui facevi quelle quattro idiozie che ti facevano sentire meglio, tipo ingozzarti di dolci, parlare male della tizia che stava con quello che ti piaceva e comprarti magliette a due euro.
 Pomeriggio zero impegno, serata in cui ti senti meglio. Ovviamente se odiate il genere vorreste imbavagliarla, ovviamente non esiste mezzo concetto espresso, ma vabbeh, è youtube non rieduchescional ciannel.

Sofia Viscardi e Saviano che cerca di fare il gggiovane
 Sofia Viscardi invece sembra meno bambolineggiante e più presente a sé stessa. Lei ciarla meno (i video sono infatti molto più brevi), la qualità del video è migliore e sono costruiti meglio. Sembra essere anche vagamente più consapevole dei suoi mezzi:
 1) Ha tentato di fare il salto di qualità intervistando un inquietante Roberto Saviano che nel video pare un corvo appeso.
2) Recentemente ha lasciato youtube dicendo che vuole dedicarsi ad altro. Sicuramente l'altro lo conosceremo presto tutti (e ovviamente c'è un libro), ma non so, mi fa più simpatia dell'altra.

ALBERICO DE GIGLIO e ANTONY DI FRANCESCO:

 Anche qui. Il panico. "Avete il libro di Alberico?" "Di chi????" 
 E daje a cercare 'sto libro. Chi cavolo è? Sembra, a guardarlo, il corrispettivo maschile di Greta Menchi, così, a distruggere la convinzione che esistano enormi differenze tra maschi e femmine in età adolescenziale: parla parla parla, non ha ancora compreso l'utilizzo del sonoro e dice cose a caso come se tu fossi il migliore amico della kompagnia (o come si dice ora, tredicenni aiutatemi che mi sento una blogosaura). 
 Come tutti gli youtuber ha un rapporto strettissimo coi social network e, anche per esperienza personale con questo blog, mi chiedo come caspita facciano 'sti ragazzini a stare dietro a tutto e avere anche una vita (io, dopo che ho aggiunto instagram, faccio le foto la notte mezza addormentata).
 Comunque, ho dato una letta pure al libro di Alberico
 E' un giovinetto pugliese che racconta la sua breve, ma già travagliata esistenza, resa più complessa dal suo continuo riferimento al contesto del sud: tutto è più difficile e più complesso e privo di speranza perché è geolocalizzato in Puglia. Napoli è già profondo nord. Credo abbia non più di 18 anni.


L'aria da bullo di periferia (che però è stato bullizzato) la condivide con un'altra star di cui è uscito il libro in questi giorni. Mascella quadra, faccia da baby pugile (tra l'altro fa pugilato sul serio), sto parlando di Antony Di Francesco, romano, che coinvolge anche la sorella, una specie di cantante gospel e la madre, entrambe molto comprese nel ruolo.
 Se ho capito bene dalla decina di video che visto, tra quelli in cui si sottopone a epiche sfide ( tipo 24 ore senza parlare o andare in bagno), e quelli in cui mette in scena una specie di "Casa Vianello" assieme alla famiglia, i secondi hanno un'idea carina di fondo che non sembra malaccio.
 Comunque, per la cronaca, il suo libro parla delle difficoltà della sua breve vita: bullizzato, con un padre diciamo legato al concetto di virilità, baby pugile, ma dolce con le ragazze nonostante alcune di esse siano solo in cerca ragazzo danaroso di cui approfittare.
 Questo non lo allontana comunque dalle sue puffette, aka le sue fan sfegatate. Mi ha ricordato tante quando i Tokio Hotel chiamavano le loro fan le tokiette.
   In ogni caso, lui e Alberico uniti dal contesto suburbano.

ILVOSTROCARODEXTER o DELL'ENDOGAMIA TRA YOUTUBERS:

 Ilvostrocarodexter, alias Luca Denaro, autore del nuovissimo "Tutta colpa del denaro" ha iniziato come commentatore di videogiochi, poi ha preso la via degli altri youtuber mainstream: commenta un po' tutto, usando le celebri to do list.

 Essendo un po' più adulto risulta più digeribile a chi ha passato i diciotto anni da un pezzo, tuttavia lo cito perché è protagonista di un altro fenomeno interessante: l'endogamia tra youtubers.
 E' infatti fidanzato con un'altra youtuber, Violetta, gestrice del canale Muffin&Dolcetti in cui, praticamente mette in scena "la ragazza della porta accanto". 
 Video di ricette si mescolano a video in cui amoreggia con Dexter (pure te, Dexter mio, ma di quante ore è fatta la tua giornata??) o parla di robe random "al femminile". C'è da dire che la ragazza dimostra la verve di un ceppo piantato in un campo e che ilsuocaroDexter la ama davvero tanto per prodigarsi in sua vece (avete presente quelle coppie in cui lei è una lagna e lui frizz frizz e simpatico la ama e adorah?).
 Ecco, sembrano quel genere lì).

 Ma cos'è l'endogamia tra youtubers?
Dovete sapere che gli youtuber famoooosi hanno molte interazioni tra loro, cioè a dispetto di quel che pensano i nongiovani fanno social network anche dal vivo. 
 Quando due si fidanzano hanno fatto bingo: le loro rispettive orde di fan si uniscono fangirlando come gli aficionados dei Brangelina.
 L'esempio più luminoso sono la combo PewDiePie, alias uno svedesone biondo di nome Felix e una gloria nostrana, Marzia Cutipiemarzia Bisognin.
 I due si sono incontrati, innamorati, ora vivono in Svezia e hanno un piccolo impero (il canale di Felix è uno dei più visitati del mondo). Ovviamente ne ignoravo l'esistenza fino a che la sorella YA non ha gridato "Come fai a non conoscere PewDiePie????"

 Altro esempio sono la celeberrima Zoella (Zoe Sugg) e Alfie Deyes due famosissimi youtuber britannici autori (anche se Zoella fece scandalo tempo fa perché, prima in classifica con "Girl online", ammise candidamente di aver usato un ghostwriter) e generatori di una serie di libri fan sulla loro magnifica coppia: Zalfie. Io ricordo di averne visto pascolare uno per i nostri scaffali, ma non riesco a ricordare il titolo, perciò vi posto il delirio inglese in loro onore.

 Ovviamente questa è una goccia nel mare. Ci sono altre perle, come "Un ennesimo stupidissimo libro" di Leonardo DeCarli, il duo Matt & Bise autori di "Fuori dal web" la cui frase lancio è: "A stento scriviamo i copioni dei nostri video. Pensate, ora abbiamo scritto un libro", iPantellas...

Quanto vecchi vi sentite? Quanti ne conoscevate? Cosa vi inquieta di più? Avete voglia di leggere qualche libro?
 Ci tengo a sottolineare che ho fatto revisionare il post dalla sorella YA in modo da non incappare in quelle robe giovanilistiche da blogosaura che cerca di capire i gggggiovani (comunque il video sulle finte ubriacature guardatelo!).

domenica 24 aprile 2016

Il mistero di Giovannino Guareschi: chi era davvero costui? Tre titoli (+1)per scoprire scandali, inquietudini di una vita appassionata tra don Camillo, Peppone, i giovani d'oggi, i lager nazisti e i contorni di un'Italia ambigua.

Uno dei più bei ricordi della mia infanzia, sono le sere in cui rimanevo a dormire dai nonni.
 Credo che sia un ricordo molto condiviso visto che difficilmente per un nipote c'è pacchia maggiore: cibo ottimo, coccole, vezzeggiamenti continui, i nonni che fanno di tutto per compiacerti compreso ingozzarti di dolci che, normalmente in quanto bambina paffuta non potresti mangiare. 
Nonostante abbia dormito da loro innumerevoli volte è come se nella mia memoria, in tv, andassero in loop solamente i film di Don Camillo e Peppone.
 Non so quante volte rete 4 fosse in grado di mandarne a ripetizione durante l'anno, tuttavia ogni volta era come la prima: temevamo per i fidanzati che volevano buttarsi nel laghetto con la chiesa sommersa, ci inquietavamo per l'alluvione del Polesine, penavamo per le povere mucche che non venivano munte a causa dello sciopero e ci chiedevamo quando mai Don Camillo avrebbe smesso di stare in esilio sul monte per aver ceffonato un aiutante di Peppone.
 Tutte le sante volte.

Visto che mio nonno leggeva tantissimo, dai film si passò ai libri. 
 Giravano per casa delle edizioni degli anni '70 che avevano lo stesso effetto dei film: li avrò letti decine di volte e ogni volta c'è lo stesso, misterioso, gusto. 
 Addirittura mi passò tra le mani un'assurda edizione scolastica di inizio anni '90 nelle cui note si parlava molto della situazione politica contingente e veniva citato il Pds! Rileggendolo per caso anni dopo mi sconcertò capire quanto, nell'arco di un ventennio berlusconiano, fosse ormai diventato impensabile mandare in giro per le scuole un libro con note del genere.
 La capacità ipnotica, quell'inafferrabile quid che lo rende irresistibile anche quando si ha l'impressione di saperlo a memoria, la fluttuazione nel cosmo scolastico, rendono Guareschi degno di nota e di post. 
E' per capire meglio questo mistero che ho raccolto una manciata di titoli per conoscerlo meglio  se volete saperne di più o magari solo rileggerlo col senno del poi.

GIOVANNINO GUARESCHI di Guido Conti ed. Rizzoli:

 Una volta adulta mi sono resa conto di aver guardato Don Camillo e Peppone con una straordinaria cognizione di causa priva di cognizione di causa. 
 Cosa può capire mai una bambina di sette anni davanti ai litigi di un prete democristiano e di un sindaco comunista nella bassa emiliana? Come riuscivamo ad afferrare cosa volesse dire l'episodio in cui Peppone ordina ai suoi di non festeggiare il Natale in nome della religione oppio dei popoli? Cosa intuivamo degli scioperi e del figlio di Peppone che doveva essere battezzato Lenin? 
 Conoscendo i miei nonni materni con cui condividevo le visioni dei film, (un militare che non ha mai e dico mai parlato di politica e una donna di famiglia molto filodestrosa), dubito che mi abbiano dato una qualche infarinata storica.  Li guardavo senza spiegazioni di sorta, eppure non ricordo di aver mai avuto momenti di confusione sulla compagine storica. Com'è possibile?
 Penso che l'arcano possa essere svelato col mistero stesso che avvolge in qualche modo l'immagine di Guareschi. 
 Parlandone si scoprirà che era reazionario, filomonarchico, non apertamente antifascista, ma di sicuro anticomunista, eppure al contempo fu colui che passò un anno e  mezzo in un lager nazifascista (da cui nacque  "Diario clandestino") e dipinse un personaggio, quello di Peppone, che chiunque abbia letto i libri non può mai bollare come negativo, ma ricco anzi di onestà e umanità.
 La cosa più incredibile rimane forse come la sua biografia con coincida con quanto ci ha lasciato detto attraverso i suoi personaggi. 
 Il mistero è fitto e, come accade per molti scrittori considerati, non a ragione, minori, la critica è lunga dal divenire.
 La biografia di Guido Conti è un buon modo per cominciare ad avere delle risposte.

L'ANNO DI DON CAMILLO:

 Di tutti i libri della saga di Don Camillo, "L'anno di don Camillo" è quello che ricordo con maggior gioia perché: 

1) Dava il tempo di godersi appieno le storie (il primo "Don Camillo" finisce quando hai appena iniziato a capire come funziona).
2) Molte storie non riguardano il rapporto tra Don Camillo e Peppone, ma i cambiamenti che affronta la gente della bassa.
 Passato il secondo dopoguerra assai agitato del primo libro, tra una guerra che non si capiva bene se fosse finita, ex fascisti con cui si aveva disagio a confrontarsi, armi ancora seppellite in attesa della rivoluzione, soldi dei tedeschi nascosti nelle bare pronti per costruire la casa del popolo, si viene a conflitti di altro genere.
 I tempi cambiano, arriva la guerra fredda, i cambiamenti sociali e l'emancipazione della donna con cui il partito comunista ha sempre avuto un rapporto ambivalente (sì, certo doveva emanciparsi, ma insomma fino ad un certo punto, tanto che l'Udi seguiva, almeno in principio le solide direttive del Pci).

 Il bello dei racconti è che raccontano non i cambiamenti macroscopici, ma gli effetti microscopici che, per persone semplici e legate ad un secolare mondo rurale, possono assumere proporzioni enormi.
  Una tinta per capelli bionda fa andare in crisi una tranquilla madre di famiglia che sognava solo di avere i boccoli d'oro come le principesse delle fiabe (ma che dirà la gente della sua debolezza), un contadino ignorante e despotico fa la guerra per tutta la vita al suo quarto figlio, quello più piccolo, il più intelligente che si diplomerà odiandolo. 
 Scoprirà solo alla sua morte che il padre teneva un baule con tutte le sue prodezze: il diploma, la foto di quando fece il carabiniere, la nuova casa, i figli.
 Ci sono Giuliette e Romeo divise da De Gasperi e Togliatti e la mitica operazione San Babila (fantastico quel racconto!) soprattutto un'Italia che inizia a dare i primi segni di un cambiamento epocale che Guareschi tenterà di raccontare in "Don Camillo e i giovani". 
 A proposito di quest'ultimo, noterete, leggendo che, alle prese coi nuovi gggiovani, Guareschi mescola molto moralismo e una triste mancanza delle felicissime intuizioni che l'hanno reso uno scrittore simbolo di un periodo storico. Il motivo è molto semplice: non si può essere interpreti di tutti i tempi e, il suo, era ormai passato.

"BOMBARDATE ROMA!" di Mimmo Franzinelli ed. Mondadori:

Due anni fa, uscì un libro di Mimmo Franzinelli sullo scandalo (da me ignoratissimo) che coinvolse De Gasperi e Guareschi e mandò in carcere quest'ultimo per diffamazione.
 Franzinelli, armato di documentazione, perizie calligrafiche e molta pazienza, ricostruisce un fatto ai più ignoto che, nel 1954 vide Guareschi dare credito a un komplotto messo su da forze repubblichine, spie, periti di tribunale corrotti e fascisti dell'ultima ora.
 Lo scrittore pubblicò infatti su "Il Candido", storico giornale satirico fondato dallo stesso Guareschi e non certo filosovietico, due presunte lettere scritte da De Gasperi al tenente colonnello inglese Bonham Carter nel 1944 durante il periodo della liberazione. Egli chiedeva agli alleati di bombardare la periferia di Roma per accelerare i tempi, infischiandosene della popolazione. 
 Guareschi le diede per vere e le pubblicò, ne seguì un processo che fu penoso per entrambe le parti. 
 De Gasperi morì poco dopo la sentenza, Guareschi fu giudicato colpevole e non fece ricorso in appello, convinto anche di essere stato avversato da parte inglese. 
 Gli toccò scontare una condanna di un anno e mezzo per effetto di una sentenza precedente: era stato infatti condannato per una vignetta pubblicata sul giornale di cui era direttore responsabile nella quale si dileggiavano (oggi in modo risibile, ma all'epoca si era ben lungi da Charlie Hebdo) i corazzieri.
Quella prima pena per diffamazione era stata sospesa, ma in caso di seconda condanna sarebbe diventata effettiva (così ho capito perlomeno, avvocati se la faccenda è più complessa, spiegatemela).
 Scontò l'intera condanna dividendo scrittori e opinione pubblica. Ne uscì profondamente fiaccato nell'animo e nello spirito.

Se vi è piaciuto, leggete anche "LA LIBRAIA DI PIAZZALE LORETO" di Tinin Mantegazza, Corsiero editore:

Avevo da tantissimo tempo l'idea di scrivere un post su Guareschi e anche per questo avevo recuperato dei vecchi libri a casa, tuttavia la spinta definitiva me l'ha data la lettura di un libro delizioso che non potete non amare se avete apprezzato l'autore di Don Camillo: "La libraia di piazzale Loreto" by Tinin Mantegazza storico autore dell'Albero Azzurro.
Avevo da tantissimo tempo l'idea di scrivere un post su Guareschi e anche per questo avevo recuperato dei vecchi libri a casa,
 Si tratta di una raccolta di brevissimi racconti ispirati a fatti reali accaduti a Milano durante la seconda guerra mondiale e l'immediato dopoguerra. 
 Una lettura bellissima per gli adulti e un titolo che dovrebbe essere dati ad elementari e medie in occasione del 25 aprile (ci sono anche piccole illustrazioni e il tono è adatto anche a chi è più piccolo).

 E' uno di quei libri in cui si racconta la storia, senza fare buonismo, revisionismo e senza sentire il bisogno di dare il contentino a tutte le parti, e che, al contempo, non tira in ballo agiografie, epica o toni didascalici.
 Come fa? Racconta LA STORIA. La stessa storia raccontata da Elsa Morante: quella delle persone semplici, del loro sopravvivere nel mezzo di un conflitto, degli errori, del coraggio, della sfortuna e dello stupore.
 C'è la famiglia emiliana emigrata a Milano con ha una decina di figli tutti con nomi fascisti che vengono tramutati improvvisamente in nomi più politicamente corretti dopo la liberazione. C'è la libraia di piazzale Loreto che assiste con stupore difficilmente definibile all'esposizione del corpo di Mussolini, la c'è la giovane bellissima emigrata in America come sposa di guerra e lì morta di parto. Ci sono i bambini che giocano su alberi tagliati in una sola notte nel gelido inverno del 1944, le rappresaglie, ragazzi che assistono alle fucilazioni dei maestri, le torture ai partigiani, i disertori nascosti nelle cascine, i tedeschi in ritirata in grado di rare crudeltà.
 Eppure è un libro che potrebbe leggere già un bambino di 10 anni. Com'è possibile?
 Il segreto è la scrittura, semplice eppure potente, carica di quell'essenziale che avvicina subito il cuore ai fatti.
 La casa editrice è piccola, io ve lo STRACONSIGLIO non perdetevelo.

Voi avete qualche libro di Don Camillo favorito? Consigliate altro? Anche voi guardavate i film la sera assieme ai nonni? Testimoniate!

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "San Jordi"!

Oggi è (stata) la giornata mondiale del libro e del diritto d'autore.
Forse non tutti sanno che in Catalogna, in occasione di questa giornata, che è anche la festa di San Giorgio (sant Jordi) le donne regalano ai propri fidanzati dei libri e gli uomini ringraziano donando rose.

 Per quanto possa amare i fiori, è ovvio che, come già dai tempi della comunione (dove alle femmine venivano rifilati gioielli da vecchie e lenzuola per un fantomatico corredo mentre i maschi si sciroppavano regali d'elettronica, palloni da calcio e altre cose per divertirsi) invidio i regali degli uomini.
 Se volete saperne di più, potete ascoltare una pratica spiegazione a questo link.
 In ogni caso, tentando di essere cosmopolita, oggi mi sono prodotta in questa disastrosa conversazione.

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "San Jordi"!
(Ok, ho scoperto che si dice Sant Jordi mò abbiate pietà di me, avevo già fatto la vignetta).




venerdì 22 aprile 2016

Non di sola Scandinavia vive la sezione dei romanzi gialli. Quattro titoli per avventurarsi tra i misteri del Mali, polizieschi medievali arabi, Sherlock cinesi e dare una possibilità ad un ormai celebre Botswana.

Questo è il post che stavo scrivendo due giorni fa, prima di partire per incontrare i miei genitori un paio di giornate (distruttive, visto quanto ho camminato, speriamo almeno di essere dimagrite) a Firenze.
 Nel frattempo, in treno, luogo che concilia straordinariamente la lettura, ho iniziato il BELLISSIMO "Americanah" di Cimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana neanche quarantenne a dir poco bravissima. 
 Perciò ho terminato questo post con rinnovata gioia visto che lo scopo era far conoscere storie gialle ambientate in luoghi (e tempi) per noi inconsueti e anche un po' impensabili.
 Sistemando la sezione dei romanzi gialli, di tanto in tanto, mi capitano tra le mani perle ingiustamente ignorate, un po' perché non provengono da grandi nomi, un po' perché non possono apporre la fascetta GIALLO NORDICO in copertina.
 Forza, non c'è solo il freddo e inquietante nord a questo mondo (anche se un tempo, sapevate che il Nord era considerato il punto cardinale delle tenebre?), tutto il mondo ha i suoi investigatori e le sue indagini.

 Siete curiosi? Non vi resta che leggere!

COMMISSARIO HABIB di Konaté Moussa  Del Vecchio editore:


 Il Mali, dov'è il Mali? Più o meno me lo ricordavo da qualche fumosa lezione di storia sul colonialismo.  
Mi era rimasto particolarmente impresso perché ha dei confini che per loro natura in geografia non possono esistere (magari in geometria sì). Dritti, palesemente tracciati da qualcuno a mano, contengono una distesa per la maggior parte desertica a scarsissima densità. La capitale, Bamako, la rammentavo da un esame di geografia in cui fui costretta a imparare tutte le capitali del mondo a memoria (giuro), fine delle mie nozioni.
 Fortunatamente la Del Vecchio editore ha portato in Italia i gialli dello scrittore Moussa Konaté purtroppo defunto.
 Chiariamo le due storie contenute in questo libro, pratico da portare e dal prezzo davvero contenuto, 9,90 euro, hanno un intreccio degno di questo nome, anche abbastanza faticoso da seguire vista la fitta rete di riferimenti sociali a cui si può dare una risposta solo consultando in contemporanea wikipedia.
 Perciò chi ama il giallo ha tutto il gusto dell'investigazione e del dubbio.
 Tuttavia per noi, a mio parere, il motivo di interesse più stupefacente rimane la cornice nella quale queste storie si muovono: cosa c'è in Mali?? Scoprirete un mondo abitato da polizie segrete, metodi di tortura, riti magici arcaici, antiche casate nobiliari, credenze millenarie, polvere, sole, caldo e una popolazione cittadina che vive sospesa tra il 2010 e un'indefinibile epoca arcaica. Lo dico senza giudizio, anche perché darne uno in tal senso vorrebbe dire avere a prescindere un approccio positivista.
 Perciò dov'è il Mali? Cosa succede? E come fa a investigare un commissario di polizia prossimo alla pensione in un mondo stretto tra violenze nuove e riti antichi?
 Come sapere un po' cosa succede in Africa senza sorbirsi per forza un saggio. Straconsigliato.

I GIALLI DI PRECIOUS RAMOTSWE di Alexander McCall Smith:

Voglio citarlo, malgrado siano dei gialli straconosciuti perché ci tenevo a dare una mia opinione sull'opera, almeno quella dedicata a Precious, la prima investigatrice del Botswana, da Alexander McCall Smith, autore zimbawese (bianco).
 Mi capitò di leggerne qualcuno, l'estate di quattro o cinque anni fa e trovai la novità, almeno per me, dell'ambientazione africana, una variante sul tema deliziosa. La mano era felice, si scoprivano tante cose nuove, cibi particolari, usanze lontane e ci si chiedeva dove fosse mai la trama gialla.
 Fosse per me i gialli di Precious non andrebbero neanche nei gialli (oh non li ho letti tutti, magari alcuni sono migliori): i misfatti su cui si indaga sono risibili, Jessica Fletcher sarebbe in grado di risolvere l'arcano in due pagine e anche al lettore non è che ne servano di più.
 Rimane apprezzabile, soprattutto quando non si ha voglia di niente di difficile e di nessun giallo a base di sangue, violenza, drammi e psicodrammi. Non boccio Precious e neanche la scorrevole scrittura di McCall Smith s'intenda, ma ecco, i gialli sono un'altra cosa.

GIALLI D'ORIENTE di AA VV Manni editore:

 Strano libro per tanti motivi.
1) Ha il testo arabo a fronte (ve lo dico, soprattutto ai librai, così nel caso lo ordinaste, quando qualcuno viene implorando libri col testo a fronte in arabo e libri in arabo, avete almeno un testo da proporgli.
2) Sono piccolissimi racconti scritti durante l'era abbaside, il medioevo arabo che si estende dal 750 al 1258.
3) La domanda è: scrivevano quindi davvero dei gialli durante il medioevo in medio oriente?
 Ni. Nel senso che effettivamente hanno la forma propria di un giallo (tenete presente che sono lunghi al massimo 3 o 4 pagine). Succede un fatto, generalmente un furto o un omicidio, e qualcuno viene chiamato a cercare colpevole e movente.
  Quel qualcuno è di solito o un giudice o un sultano o l'autorità massima che esercita la funzione di giudice sul luogo del misfatto.
 Qualche volta ci sono delle intuizioni raffinate, altre volte, insomma, siamo tutti bravi a scoprire il colpevole torturando la gente.
 Si tratta in generale di una serie di exempla in cui gli autori proponevano una casistica morale dell'epoca: cosa fare con ladri? Briganti? Adultere? Come scoprirle ed esercitare la legge islamica.
 Introduzione interessante, precise e non troppo complesse le note, anche la traduzione non è affatto oscura. 
Consigliato soprattutto a chi ama i classici medievali.


SHERLOCK A SHANGHAI di Chen Xiaoqind ed. O Barra O:

Non di solo Qiu Xiaolong vive il giallo cinese. L'autore, oggi in esilio, che ci racconta attraverso i suoi gialli la complessa società cinese contemporanea, ha ovviamente dei predecessori.
 Uno di questi è Chen Xiaoqing, autore cinese della prima metà del '900 che ha immerso il suo amato protagonista (una trentina i volumi a lui dedicati), il detective Huo Sang nell'affascinante Shanghai degli anni '20 e '30.
 Le storie selezionate per il libro sono sette racconti in cui in effetti Chen Xiaoqing imita in modo incredibilmente evidente lo stile di Conan Doyle: un detective intuitivo e portato a dubitare, raffinato deduttore e cortese investigatore, affiancato da una spalla, il suo assistente, ben più avventata, facile all'inganno (e indispensabile per spiegare i ragionamenti dietro alla risoluzione di casi praticamente solo deduttivi).
 Si dice elementare Bao Lang e diventa incontrollabile la voglia di trovare tutti i punti in comune nella perfetta imitazione orientale dell'inglesissimo Sherlock. Il tutto, possibilmente, mentre si divora cibo cinese in quantità.

Aggiungo, nel caso sventurato vi incappaste in biblioteca, come è capitato a me, di evitare come la peste i gialli di Tarquin Hall che hanno per protagonista Vish Puri, detective indiano. Sono ORRENDI.

Vi incuriosisce qualcosa? Avete già letto qualche perla o me ne consigliate altre? Scrivete! 

mercoledì 20 aprile 2016

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Il caso di Anna No".

Oggi avevo cominciato un post su giallisti di terre lontane, ma sigh non ho avuto tempo di finirlo (apparirà in settimana però). Per rimediare, ho fumettato al volo una perla fresca di giornata.
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Il caso di Anna No"!


martedì 19 aprile 2016

Di cosa ha paura Zerocalcare? Una recensione perplessa di "Kobane Calling", alla ricerca del suo cuore mancante: quello crudele, in grado di attivare una porta magica e consegnarci una storia che risplende grazie alle sue ombre. Bisogna compiere un sacrificio per diventare grandi.

Come saprete se seguite anche la mia pagina di fb, lunedì scorso sono stata a uno dei quattro megaeventi organizzati in tutta Italia per il lancio della nuova graphic novel di Zerocalcare.  
Comprando il suo nuovo libro, "Kobane Calling", si riceveva anche una cartolina autografata a matita da egli in persona e, portando una maglietta bianca, c'era la possibilità di farla serigrafare da un collettivo fricchettone ingaggiato apposta per l'occasione (tra l'altro, bellissima).
 E' stata una faccenda faticosa, ma bella: quando mai, a memoria, possiamo ricordare un lancio di un fumetto in libreria con tale ardore? 
 Contenti tutti: chi ha venduto, chi ha comprato, chi c'è stato e spero, anche se vessato dalle masse in cerca di disegnetti, anche Zerocalcare in quel di Roma Appia.
 Passato il momento di fiesta e venuto quello della lettura.

Gli appassionati del fumettista sanno che circa un annetto fa, uscì una sorta di prequel suInternazionale

Zerocalcare, durante quel primo viaggio, era partito per qualche giorno per portare dei medicinali, e, dopo alcuni incontri con combattenti del posto, aveva riflettuto sull'ovvio scarto (ma per molti che aprono la bocca solo per dargli fiato, non tanto ovvio), in negativo o in positivo, che c'è tra un'immagine raccontata e riflessa dai media e la realtà.
 Il fumetto era breve e aveva lasciato la voglia di sapere altro a noi e quanto pare anche a lui che si è sobbarcato un secondo viaggio più lungo e articolato per cercare di raccontare la resistenza curda stretta tra governo turco, resistenza all'Isis e generale diffidenza/odio/annatevene dal resto delle varie etnie presenti sul territorio.
  Kobane Calling è il reportage a fumetti di questa seconda spedizione compiuta dal buon Zero con altre cinque persone (una brigata improbabile più o meno come l'armata brancaleone) alla volta della Rojava, la regione che i curdi hanno strappato all'Isis per instaurarvi una sorta di utopia islamico-socialista (sì la sto tagliando con l'accetta, se fosse un trattato di geopolitica non lo farei, ma non è quello il punto del fumetto).

 Voglio iniziare con ciò che mi è piaciuto.
 Di reportage a fumetti ne ho letti un po', Joe Sacco e Guy Delisle sono quelli che vanno per la maggiore e rappresentano un po' i due estremi del genere: il primo è una sorta di giornalista di guerra che intende documentare con dovizia di particolari, realismo e nozioni precise quanto avviene in uno scenario controverso, il secondo è il classico pesce fuor d'acqua che capita per caso in un posto, assiste in modo acritico alle contraddizioni e le apparenti follie e le riporta in modo leggermente ironico lasciando al lettore quel senso di stupore confuso in stile "Marco Polo con qualche pregiudizio in più".

 Zerocalcare non si innesta in nessuno dei due filoni, sceglie un modo un po' dimenticato di raccontare: quello militante.

 Penso che inorridirebbe nel sentirsi definire l'uomo comune che va alla guerra, ma più o meno siamo lì.
 E' il ragazzo militante europeo che parte col cuore in mano e si scontra con qualcosa che, dal vivo, è complicato da comprendere.
  Intendiamoci, non per ingenuità, ma perché per me vale sempre la vecchia regola: se non hai vissuto una cosa, puoi metterci tutta l'empatia che vuoi, ma non saprai mai davvero cosa si prova.
 Poiché viviamo da svariati anni in un'epoca in cui  l'artista  militante è demodé (la storia è sempre la stessa che ci raccontano gli avi: "Erano i terribili e funesti anni '60 e l'arte era in mano alla perfida intellighenzia di sinistra..") trovare una storia che non ci consegni un racconto limato e pensato in modo chirurgico, così da non dare adito a dubbi sulla buona fede di chi l'ha prodotto, è ormai impossibile. Niente opinioni, siamo italiani.
 Perciò uno dei motivi di maggior esultanza per il successo di Zerocalcare per me è sempre stato: finalmente qualcuno che, nel bene o nel male, prende posizione, fa onore al suo background e non sente il bisogno di sciacquare le proprie magliette fricchetto-punk nel fiume dell'imparzialità.
 Il più grande pregio di Kobane Calling, che non è tanto un reportage quanto il resoconto di un'esperienza , è il tono: appassionato, carico di cuore, di chi crede veramente in quello che sta facendo e raccontando.
  La visione che Zerocalcare ci propone non è imparziale, è parzialissima, ma va e ne così, anzi va benissimo. Abbiamo saggi, articoli di giornale, reportage veri sin nell'intenzione per farci una nostra idea.
 Quello che vogliamo davvero vedere è ciò che pensa una persona di cui ormai ci conosciamo le idee politiche e la sua idea sulla società. Una persona abbastanza coerente da prendere, partire e vedere realmente ciò che da Roma si riesce a immaginare in modo quasi mitico solo da un palazzo okkupato al testaccio (tra parentesi lo vedevo sempre quando arrivavo col treno a Ostiense e mi chiedevo come fosse fatto dentro).

 Che cosa non mi è piaciuto.
 Io non capisco di cosa ha paura Zerocalcare. O meglio, anche da "L'elenco telefonico degli accolli" si capisce benissimo: soffre di una sorta di sindrome da brava persona.
 Non è uno che ci tiene a piacere a tutti, ma sembra (dico sembra perché parlo di ciò che trasmette attraverso i libri poi può esse pure il peggiore degli stronzi) che ci tenga a ripetere in ogni modo: non voglio fare il superiore, non voglio passare per venduto, ma qualcosa devo fare per campare e comunque le cose sono sempre più complesse di quelle che sembrano, oh guardate che sono sempre un ragazzo di strada, oh la mia opinione è la mia opinione non dico che sia quella giusta, magari sono un povero deficiente ecc ecc ecc ecc ecc
 Tutte cose che in un mondo che sembra avere la verità in tasca, per carità, si apprezzano. 
 Tuttavia, costantemente ripetute in un fumetto, rischiano di renderlo quasi fastidioso
 Ogni tanto ti viene da dire: "Ok, Zero non preoccuparti lo so già che i turcomanni non sono tutti degli affaristi senza cuore, solo perché l'unico che hai incontrato lo era. Non penserò mai che sei come il nostro vermo politico che bercia idiozie dal piccolo schermo".

 La sensazione è che al momento gli manchi il coraggio di essere più crudele. Con sé stesso intendo.
 Tutti gli artisti hanno dei firewall, delle linee di confine che non riescono a superare. Non esiste scrittore che non abbia temi che non ama affrontare ed è normale che sia così. Tuttavia quando un artista scopre di avere dei limiti, dovrebbe chiedersi cosa gli impedisce di superarli.
 Quando questi non sono legati a remore morali, ma ad una sorta di timore personale casca l'asino.
 Creare è un processo che, senza tanta retorica, se fatto seriamente può essere molto doloroso: se scavo in quella direzione cos'è che trovo? Quanto dolore? Quanta amarezza? Quanto lato oscuro del mondo? E quanto del mio?

 Ne "La ragazza dello Sputnik", Sumire, la protagonista, aspirante scrittrice si perdeva su un'isola greca e tornava misteriosamente. Non era riuscita a scrivere niente di compiuto prima della scomparsa: scriveva scriveva scriveva, ma niente di compiuto usciva dalle sue mani.
 Sapeva da sola che il motivo andava ricercato da qualche parte. Prima pensava fosse perché non si era mai innamorata, ma quando, dopo una storia travolgente e strana, non riesce ad arrivare al cuore del problema, capisce di dover andare ancora più a fondo.
 La metafora che usa si rifà ad un'antica usanza cinese: attorno alle città, anticamente i cinesi costruivano delle enormi porte sulle quali incastonavano le ossa dei soldati defunti che, in tal modo, avrebbero protetto la città.
 Perché il rito fosse attivato dovevano però sgozzare dei cani e lasciare che il sangue attivasse il contatto tra le porte e gli spiriti dei morti.
  "Scrivere romanzi è un po' la stessa cosa. Puoi raccogliere tutte le ossa che vuoi, costruire la porta più splendida del mondo, ma ciò non basta a produrre un romanzo che sia vivo. Una storia, in un certo senso, non appartiene a questo mondo. Per creare una vera storia è necessario un battesimo magico, che riesca a mettere in contatto questo mondo con quell'altro."
 Alla fine Sumire torna dicendo che ha tagliato una gola e attivato le sue porte. 
 Non ha sgozzato ovviamente un povero cane, ma ha avuto il coraggio di fare quello che tutti i veri scrittori (e artisti in generale) dovrebbero fare per attivare la loro porta magica: sacrificare qualcosa di loro alle proprie opere.
 Il simbolo di "Kobane Calling" è un grande cuore pulsante.
 Sarebbe ora che Zerocalcare trovasse il coraggio di affondare il coltello nel cuore, il suo.

domenica 17 aprile 2016

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Uacci"!

In questa domenica uggiosa uggioserrima posto una vignetta che era già pronta iersera, ma poi sapete, Milly Carlucci mi ha rapita.
 Vi do perciò così il buongiorno, con un classico errore da autore straniero declinato a proprio modo e conseguente trip mentale.
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Uacci"!


ps. Parlavamo di lui: Qiu Xiaolong


venerdì 15 aprile 2016

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "In realtà"!

 Dopo aver passato una giornata che doveva essere teoricamente fruttuosa a rotolarmi sul letto in preda al mal di testa, almeno ho prodotto la vignetta del giorno.
 Avrei voluto fare un bel post sul lettore snob, ma neanche l'aspirina ha vinto l'emicrania perciò lo vedrete domani spero. Intanto godetevi questa nuova sugosa vignetta.
 Voi la vedete quasi breve, la faccenda è durata un quarto d'ora buono.
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "In realtà"!




mercoledì 13 aprile 2016

Cosa si balla in libreria? La mia playslist mentale quando battaglio con i clienti, lavoro la domenica, attendo con ansia la fine del turno, danzo tra i tavoli e faccio rifornimento con un motivetto ossessivo nella testa,

 La scorsa settimana, sulla pagina fb dell'Aib (l'associazione italiana biblioteche) si segnalava il blog di un bibliotecario danesehttps://christianlauersen.net/2015/12/08/library-mixtape/ che aveva avuto l'idea di proporre una playlist di canzoni dedicate alla libreria.

Ho pensato fosse un'idea molto graziosa e da ripetere. Mentre però cercavo canzoni dedicate o ambientate in libreria, l'idea è virata più sul personale, ossia sulle canzoni che mi ossessionano per vari motivi quando sono in libreria.
 Non so se avete presente il bellissimo e tragicissimo film di Lars Von Trier che ha per protagonista Bjork: "Dancer in the dark". Nella storia la protagonista, un'immigrata dell'est nell'America capitalista, in procinto di diventare cieca, viene derubata dall'uomo che offre ospitalità a lei e al figlio. 
 Il furto è doppiamente tragico perché i risparmi della donna servono a pagare l'operazione che eviterà al bambino di diventare cieco come sta avvenendo a lei.
 La storia, tra una tragedia e l'altra, è condita da numerose canzoni e momenti di ballo dovuti al fatto che il personaggio di Bjork è una grande appassionata di musical e si immagina, nelle più svariate situazioni, prendere, danzare e cantare come in un vecchio film anni '50.
 Ovviamente nel film la cosa rende ancora più stridente il contrasto tra la drammaticità degli eventi e la leggerezza che la donna cerca di non perdere nonostante tutto, ma lo sto citando per farvi capire in quale modo le canzoni di cui seguito albergano nella mia mente mentre lavoro.

 In alcuni casi sono un sottofondo musicale, come se fossi esattamente in un film, in altri mi vedo proprio saltare sui tavoli coi clienti che mi fanno da ballerini.
 Ci tengo a sottolineare che, nonostante tutto, io detesto i musical. Li trovo noiosi e quando la dolce metà tenta di trascinarmi a vederli, mi contorco come un'anguilla. Eppure.
 Vabbeh, pronti a scoprire su quali note danzo? Go!


EVERYDAY IS LIKE SUNDAY di Morrissey:


 Una delle cose che apprezzo di più dei turni è lavorare anche la domenica (non sempre ovviamente). Lo so che alla lunga, soprattutto con figli, la cosa porta al logoramento della vita familiare, ma nel frattempo mi godo il suo principale effetto positivo: la scomparsa del blue sunday.
 Come moltissimi, sin da bambina ho odiato la domenica con tutte le mie forze, trovando i miei psicodrammi perfettamente espressi da "Buona domenica" di Antonello Venditti (che è invece la canzone che canticchio nelle domeniche di riposo).
 Quel vago senso di angoscia per la fine della settimana, l'ansia per il lunedì che is coming e la sensazione che in fondo stiamo buttando il nostro tempo.

 Il contrappasso, quando si lavora su turni è che Everyday is like sunday per altri motivi.

 Innanzitutto si perde il senso del tempo e dello spazio: che anno è? Che giorno è? Compleanni dimenticati, domeniche che sembrano sabati, lunedì che sembrano mercoledì, ferie che non ti ricordi mai quando sono, settimane che passano senza una reale percezione.
 I fine settimana danno un senso alla vita temporale degli esseri umani, se lavori su turni il senso scompare e ti ritrovi in giornate infrasettimanali cariche di blue thursday o blue wednesday che ben pochi possono condividere con te.
 Così, soprattutto nei momenti di tristezza lavorativa infrasettimanale, nel mio cervello si attiva questa canzone (ma anche le canzoni degli Smiths tutti sono benvenute) e la serotonina precipita ulteriormente.




WHAT'S MY AGE AGAIN dei Blink 182:

  (sapete quelle giornate in cui, inspiegabilmente, sprizziamo gioia da ogni poro per essere a lavoro?) di essere carica di energie e buona volontà. 
Mi succede, soprattutto nei pomeriggi in cui sono presa particolarmente bene
 Consiglio libri ai clienti meglio di Corrado Augias, sono felice di dare le pause ai cassieri per liberarli momentaneamente dallo schiavismo della macchina e faccio rifornimento alla velocità della luce.
  Con grande probabilità se fossi una magazziniera, quindi al riparo da sguardi indiscreti, mi lancerei in balletti da Glee coinvolgendo i fornitori di Bartolini e DHL.
 Visto che nei miei momenti di delirio interiore sono invece in pubblico allora ballo dentro di me e in genere lo faccio sulle note di "What's my age again?" dei Blink 182.
 I motivi inconsci penso siano vari: innanzitutto mi ricorda la mia adolescenza, quando ero più spensierata e fiduciosa (e quindi i giorni di saltellamento in giro erano esponenzialmente di più), secondo poi nessuno può negare il ritmo che può dare al lavoro.
  Infine ha di certo la sua parte il video collegato: loro tre che corrono felicemente nudi per le strade. Ovvio, non correrei nuda da nessuna parte, ma mi sento altrettanto pimpante.



I WANT TO BREAK FREE dei Queen:

 E' la canzone riservata all'ora prima della fine del turno, quando il traguardo dell'uscita è così vicino eppure così lontano. I minuti improvvisamente passano lentissimi e la libertà appare irraggiungibile.
 Soprattutto quando la fine del mio turno coincide con la chiusura della libreria nella mia testa partono i Queen con I want to break free.
 Anche in questo caso mi vedo danzare sui tavoli spiegando ai clienti che devono completare i loro acquisti perché I want to break free. Subito dopo, loro si uniscono a me in un coreografico balletto che io, la scoordinazione fatta persona, non sarei mai in grado di riprodurre.
 Complice il fatto che collego questa canzone ad un assurdo musical spagnolo con protagonista una transessuale narcolettica ("20 centimetri" , mi vedo, tra l'altro, ballare esattamente come lei, avvolta in un vestito verde acqua in un improbabile luogo che finisce per essere un incrocio tra una libreria e un ospedale.




CONTESSA di Paolo Pietrangeli (nella versione dei Modena City Ramblers):

 Spesso il lavoro del libraio, soprattuttissimo se di catena, è ritenuto uno di quelli di serie b/c.

Si suppone che se tu fossi davvero una persona di valore saresti altrove, in un ufficio (a fare quale mansione è irrilevante), non certo ad un bancone a sorbirti le paturnie altrui (a cui, nell'immaginario comune sei anche troppo stupido per rispondere).
 Premesso che per me qualsiasi lavoro è ugualmente dignitoso e che farei un cappottone a tutti coloro che ritengono le proprie mansioni superiori a quelle del prossimo, facesse questi anche il lavoro meno qualificato del pianeta, (lavorare non è mai vergogna), quando è abbastanza chiaro che i clienti sono nell'animo di trattarti come uno sguattero di Downton Abbey, nella mia mente parte un trip che mescola socialismo, luddismo, scioperi, forconi, bandiere rosse, manager prigionieri di operai inferociti, focolai urbani e molto altro. Perdono. Sottolineo, sono solo i trip momentanei di chi è stufo di vedersi trattato come un decerebrato da gente che non ricorda manco l'ordine alfabetico.
 In quei momenti, tra le mie canzoni rivoluzionarie favorite, c'è "Contessa".
 Canticchiarla mi rilassa e permette di mantenere il sorriso fino al prossimo cliente.




CARMINA BURANA:

 Una delle cose più difficili da fare quando si lavora a contatto col pubblico, è mantenere perennemente un livello di sorriso e sopportazione elevato.
Se non è necessario girare con un sorriso plastificato, certo andarsene in giro con la faccia appesa non è quello che si considera un buon servizio (e del resto è pure comprensibile, chi vuole avere a che fare con qualcuno che ti guarda in cagnesco per problemi suoi che in fondo non ti riguardano?).
 Col passare delle ore e dei giorni consecutivi di lavoro la cosa diventa esponenzialmente più difficile, una vera e propria opera teatrale direi, che conosce i suoi momenti critici.
 Essi arrivano quando alcuni clienti, convinti di essere esenti da quell'antico obbligo che è la cortesia, riescono a minare una pazienza forgiata in anni di lavoro.
  Tu pensi che ormai niente possa turbarti e invece no, il cliente in grado di trovare il tuo tallone d'achille arriva sempre e sfuggirgli può essere impossibile quando non hai un collega meno provato di te a cui rimpallarlo.
 Un buon sistema per abbassare il livello di nervosismo è caricarsi mentalmente con la Cavalcata delle valchirie e i Carmina Burana. Per qualche processo psicologico che di sicuro può essere spiegato, immaginare che la conversazione si stia svolgendo con quel sottofondo riesce a distendere un minimo il mio animo. Fino alla prova successiva.



CANZONE CHE TI OSSESSIONA SENZA MOTIVO PER SETTIMANE:

 Uno dei successi degli ultimi anni è il "Manuale di pulizie del monaco buddista". 
 In molti si sono stupiti del suo successo, ma io e altri miei coetanei già conoscevamo le mille risorse che si possono trovare nei lavori ripetitivi e potenzialmente noiosi. Il terribile allenatore di Mila, costringeva lei e Yoghina a pulire i pavimenti della palestra per farle dimagrire e temprare il loro carattere (ciò che mi sfuggiva, semmai, è perché dovessero farlo perennemente con la divisa della squadra e mai in tuta).
 Il punto è che ci sono delle mansioni come il rifornimento standard che hanno bisogno di una loro dose di concentrazione, ma dopo un po' diventano anche automatici e, soprattutto nei momenti in cui i clienti non ti saltano al collo con richieste di vario genere, si finisce per sprofondare in una sorta di trance dove i pensieri si rincorrono l'uno dietro l'altro.
 Il monaco buddista ha ragione: meditazione e lavori ripetitivi possono avere una profonda correlazione. Le migliori idee per i miei post mi sono venute facendo il rifornimento in ordine alfabetico (quando faccio quello dei generi le trame di libri che bramo in modo esponenziale mi distraggono). Tuttavia c'è un terribile nemico: la canzone ossessiva.
 A tutti capita. Si sente un motivetto nuovo o si risente un motivetto antico e, per qualche misterioso motivo, se ne cade preda. Basta che si faccia un po' di silenzio e zak la canzone parte in automatico nel proprio cervello. A nulla serve pensare ad altre canzoni, canticchiarla a voce bassa per esorcizzarla, concentrarsi su altro: lei torna sempre.
 E' una cosa anche carina, ma diventa insopportabile quando, complice il rifornimento ripetitivo, ti martella senza tregua le sinapsi. Attualmente sono flagellata da "Hymn for the weekend" dei Coldplay.



E voi avete una particolare colonna sonora a lavoro? Cosa immaginate di ascoltare, splendidi protagonisti del vostro musical delirante? Testimoniate! Almeno mi sento meno sola -.-"
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