venerdì 22 settembre 2017

Cosa resterà di questi anni '10? Un viaggio allucinato tra Wyndham, Tondelli, Scerbanenco, gli anni '80 e l'aids, per ricordare cosa vuol dire gridare e non solo sussurrare spaventati.

 E' parecchio e dico parecchio tempo che vorrei scrivere un post su Premio Strega, Wyndham e Scerbanenco, un mix che molti giudicheranno impossibile, ma mi frulla in testa dalla cinquina dello Strega.

In questa settimana anni '80, al doveroso momento Tondelli, il post fantasma è tornato a farsi sentire ed è quindi giunto il momento di portarlo agli onori del blog.

 E' giunto il momento di dire le cose pane al pane vino al vino.

 Io leggo molti autori italiani, non sono una di quelle esterofile a tutti i costi, ma trovo la narrativa italiana non di genere, mortalmente noiosa.
 In realtà non è neanche giusto dare tutta la colpa all'Italia perché, diciamocelo, non è che la letteratura mondiale ci stia regalando queste imperdibili perle a gettito continuo.

 E' come se fossimo precipitati in una melassa conformista. 

 Se è per colpa degli editori che ormai pubblicano filoni di storie sempre identiche nel disperato tentativo di azzeccare i gusti del momento, o se è per colpa degli autori che proprio a monte ne producono sempre e solo così per lo stesso identico motivo, non è cosa che si possa capire da libraia o da lettrice.

 Sono a valle di un monte che non riesco a vedere e che, obiettivamente, porta a destinazione troppe cose risparmiabili.

  Non parlo degli pseudoharmony che hanno un ruolo loro, d'intrattenimento e sono un genere ben codificato, quelli su cui punto il dito sono le sconvolgenti opere, ormai ben poco sconvolgenti, che dovrebbero raccontare la nostra realtà.

 Durante il mio corso di sceneggiatura, mi consigliarono di vedere "Mignon è partita" di Francesca Archibugi.

 Il film non mi colpì particolarmente. 
 La trama vede un'adolescente francese di buona famiglia, Mignon, che viene spedita da genitori in Italia da parenti diciamo borgatari. 

 In questa famiglia, madre e padre abbastanza giovani e cinque figli, Mignon non si trova bene e lega solo con un cugino che si innamora di lei, non ricambiato. La storia, quella di un corpo estraneo che non riesce in nessun modo a inserirsi in un contesto che non ha palesemente spazio per lei (e in cui lei palesemente non vuole sgomitare per trovarlo), mi sembrò mortalmente noiosa.

 Forse, rivedendolo adesso, noterei cose che dieci anni fa mi sfuggirono, ma scoprii che in parte il motivo per cui mi era stato consigliato era comprenderne i pregi, ma anche i limiti.
 Il professore ci disse infatti che "Mignon è partita" apparteneva a quella serie di film italiani ribattezzati "Camera e cucina" (a memoria ricordo così), in cui le storie si svolgono principalmente in piccoli ambienti, principalmente familiari, senza nessun ampio respiro.

 Il nostro cielo è troppo spesso chiuso in una sola stanza.

 La narrativa italiana odierna ama la camera e la cucina. 

 Piccole storie rarefatte, la storia della propria famiglia (spesso con l'illusione che la propria storia debba per forza significare qualcosa di universale per qualcun altro), persone che si incontrano, si sfiorano, uniscono solitudini, apprezzano silenzi, affrontano passati.

 Tutto è molto intimista e non mi stupisce eccessivamente che Cognetti abbia vinto lo Strega (nè quali siano stati i suoi illustri colleghi).
 Non è solo bravo, ma scrive come piace si scriva adesso e, soprattutto, parla di un tema che tanto piace adesso: la montagna, ultimo baluardo dell'incontro tra uomo e natura in un mondo tecnologico.
 Tutto è piccolo e grande, tutto è silenzioso, ma assordante, tutto è minimalista, ma gigantesco.
 TUTTO
 Sarà perché non sono minimalista, ma non ne posso più.
 Non ne posso più di un tempo che si lamenta, che frigna, che è intimista, che si aggroviglia dentro sé stesso, che rimugina su storie di 75 anni prima "perché il passato è importante", che affronta solitudini e che pensa la storia della propria famiglia sia uber alles e voglia per forza dire sempre qualcosa.

 Questo non perché non ci siano solitudini che non vadano raccontate o perché certe saghe familiari non abbiano, in effetti, uno splendore universale, ma perché sono stufa di quest'epoca di lamento e passato perpetuo.

 Cosa c'entrano Wyndham, Scerbanenco e Tondelli?

 Vi basterebbe (basterà) aprire uno solo dei loro libri per smascherare la menzogna della nostra narrativa contemporanea. 

Il primo è uno scrittore di fantascienza che combatté durante la seconda guerra mondiale, il secondo un giallista di origini ucraine nato poverissimo, il terzo uno scrittore omosessuale morto troppo giovane di Aids.

 Tutti e tre, con le dovute differenze, seppero descrivere la loro realtà in modo esplosivo, pirotecnico, apocalittico, spettacolare.

 Wyndham riuscì a condensare il terrore della minaccia nucleare, del diverso, i feroci meccanismi di autodifesa di una generazione che aveva vissuto il conflitto mondiale in splendidi romanzi, come "L'invasione dei trifidi", "I figli dell'invasione" o "I trasfigurati".

 Riuscì, precisamente, a lasciare su carta la lezione più cruda e di cui, personalmente, anche io sono amaramente convinta: la civiltà è una patina sottilissima su cui riversiamo una fiducia che non merita
 La violenza dentro ogni essere umano è pronta a spuntare appena la sopravvivenza lo ritiene possibile.

 Avrebbe potuto dirlo in molti modi, scelse storie che vedevano piante carnivore senzienti distruggere il genere umano. Non scelse una strada comoda.

 Scerbanenco nacque povero, figlio di un'italiana e di un professore ucraino.
  La piccola biografia al termine di "Traditori di tutti" racconta di un ragazzo che passò la sua infanzia a Roma e tornò, senza successo,a  cercare il padre, disperso nella rivoluzione russa.
Tornando indietro con la madre si salvò per puro caso dalle bombe e, a diciotto anni, senza diploma e senza denaro, si trasferì a Milano. Durante la seconda guerra mondiale fuggì con gran periglio in Svizzera e quando tornò ce ne mise per integrarsi in un mondo milanese la cui ricchezza lo spaventava e sempre gli risultò estranea.

Scerbanenco
 Aveva di che scrivere trenta autobiografie, invece creò un personaggio rimasto modernissimo fino ai nostri tempi: Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall'ordine per aver praticato eutanasia (anni '60!!) che, uscito di prigione, torna al mondo come involontario investigatore senza nessuna fiducia nel prossimo, troppo miserabile per non essere "traditore di tutti". 
 Un prossimo talvolta crudele, spesso messo alle strette dall'avidità e dal pregiudizio degli altri.

 Nei suoi libri (a cui dedicherò un post) c'è una Milano anni '60 che vive, palpita violenta, in cui quartieri ora gentrificati erano terre di nessuno di sottoproletari incattiviti, in cui i ricchi sono travolti dal vizio e nessuno ha fatto pace col recente passato fascista, occultato sotto un velo lievissimo.

 Lo leggi e sei a Lambrate cinquant'anni fa.

 E, in ultimo, Tondelli. Frequentò molto l'autobiografia, ma lo fece nel modo in cui andrebbe fatto: con una violenza e un'onestà, anche verso sé stessi, che non ammette omissioni o sconti. 

 Le sue storie non hanno in potenza nessuna grandezza: giovani sbandati anni '80, gli anni del militare, un uomo dopo la rottura col suo compagno.

  Ma il modo, il modo in cui sono scritte è tutto. 

Tondelli
Lo leggi e vedi le luci di quegli anni, lo splendore, la disco, il mondo di provincia che voleva essere Londra, il desiderio di vita disperata a tutti i costi, la voglia di divertirsi, la droga che miete vittime e quel grande assente da tutte le celebrazioni degli anni '80: l'Aids.

 Mancava persino una citazione nella mostra al Wow. Certo, non era un argomento ludico, ma fu dirompente come Chernobyl. 

 Una generazione di uomini gay e di molti eterosessuali che pensavano falciasse solo gay, decimata da un misterioso virus sbucato dal nulla.

 A pensarci, a posteriori, è qualcosa di fantascientifico, di distopico.
 Ed è proprio questo tono allucinato, degno delle pellicole di fantascienza anni '80, così cupe e punk al tempo stesso, che hanno i libri di Tondelli.

 Le storie di Tondelli non sono la sua storia, sono gli anni '80. Lui è la scusa, non il fine.

 Bisogna leggere Tondelli e Pazienza per capire la sete di vita di un'epoca oscuramente consapevole della sua decadenza, ma non rinunciava a urlare con tutto il fiato che aveva in petto.

 Non come noi che sussurriamo, spaventati di tutto, anche della nostra ombra.

 Cosa resterà di questi anni 2010? Spero non solo le nostre paure che per ora hanno dato vita a un mondo pessimo e a una letteratura, troppo spesso, noiosa e mediocre.

Ps. Che non c'entra nulla: narrano le leggende che "Libera nos a malo" di Ligabue sia ispirata a Tondelli.

giovedì 21 settembre 2017

Ma quanti cartoni animati abbiamo visto? Il vero fulcro dell'immaginario collettivo dei nati negli anni '80: i cartoni! Una storia d'amore a base di Bim Bum Bam, Super3, robot, orfanelle, sport mortali e rivoluzione francese

 Argomento assolutamente imprescindibile per i nati negli anni '80 sono loro: i cartoni animati giapponesi.

 Purtroppo della serialità non animata tipo "Mindy e Mork" o "Il mio amico Arnold" ecc. non ho grande memoria perché ero davvero piccola (in quel senso sono più una figlia degli anni '90 con "Bayside School" che, al contrario di "Beverly Hills 90210" che i miei genitori giudicavano inadatto alla mia giovine età, mi era concesso).

 L'unica serie non animata di cui ho buona memoria è "Super Vicky" verso la quale provavo un misto di simpatia e forte repulsione. C'era qualcosa di inquietante in una bambina che sembrava come me, ma incapace di provare sentimenti (forse anche per questo ricordo benissimo la puntata in cui invece si capisce che ne prova e inizia a piangere).

 Come sapranno perciò i nati negli anni '80 sono gli anime i veri signori del nostro immaginario infantile e, a posteriori, non riesco a immaginare lo sconcerto che molti genitori devono aver trovato davanti a un prodotto che per noi era sempre esistito e per loro irrompeva come un fulmine a ciel sereno (o quasi, visto che "L'uomo tigre" e "Capitan Harlock" erano in giro già da un po').

 Non esiste bambino nato e/o cresciuto negli anni '80-'90 che non abbia visto decine di cartoni animati di ogni disparato genere: da quelli criminal con "Lupin" e "Occhi di Gatto", a quelli sentimentali come "E' quasi magia Johnny" e "Un fiocco per cambiare, un fiocco per sognare", a quelli robotici, fino a quelli magici.

 Impossibile elencarli tutti, la quantità, a posteriori, risulta talmente enorme che viene da domandarsi quando abbiamo avuto il tempo di vederli tutti.

 Un esempio di quanto siano stati pervasivi nell'immaginario collettivo, sono i fumetti di Zerocalcare. Se Zerocalcare può permettersi di tramutare quasi tutti i suoi amici e conoscenti in personaggi dei cartoni, lo deve a una memoria generazionale comune che sa benissimo di cosa sta parlando.

 I cartoni animati sono stati parte integrante della nostra infanzia e non si può non ricordarli in un post sugli anni '80.
 Ho cercato di fare uno stringato excursus proponendo letture a tema (oltre ai manga correlati ai cartoni)!
Andiamo!


BIM BUM BAM e LA POSTA DI SONIA:

 Cologno Monzese.

Un posto che per chiunque non abitasse in Lombardia era mitologico quanto Camelot, ossia poteva esistere, come non esistere, anche se, effettivamente le letterine per dire a Paolo Bonolis quanto mi piacesse Memole le spedivo. 


 Ma era un po' come quando spedivo le lettere alla Befana: come potevano le poste italiane consegnare una letterina in un posto magico?
 (Anni dopo alla vista di Cologno Monzese, ho poi pensato che certi luoghi dovrebbero rimanere immaginati e non visti realmente, ma questa è un'altra storia).

 Cologno Monzese, assieme al salotto della posta di Sonia, sono stati i miei luoghi del cuore dall'asilo in poi.

 Cos'era la posta di Sonia?

 Una cosa che conoscono solo i bambini del Lazio e che ora non esiste più perché il canale dove andava in onda, praticamente mille ore al giorno, "Super3" ha chiuso qualche anno fa.

 Sonia, una donna riccioluta e con gli occhiali rimasta identica per vent'anni, conduceva questo neverending programma per ragazzi dove si avvicendavano i cartoni animati giapponesi più assurdi, intervallati da quattro sole pubblicità: gli sciroppi pallini, la cedrata Tassoni, i giocattoli de La Giraffa e Cerbiatto il cornetto appena fatto.

Sonia e Birillo
 Quando non c'era Bim Bum Bam, c'era lei che mandava in onda per l'intero pomeriggio vagonate di cartoni: l'Ape Maia (infiniti pomeriggi a fare l'analisi logica con il sottofondo di questa sfigatissima ape), Ransie la strega (con tanto di sigla soft porno), Mazinga, Daltanius, Ufo Robot, cartoni con macchinine, Pat la ragazza del baseball (la tristezza più assoluta), Gigi la Trottola, quel lacrimevole cartone della famiglia di otto orfani inspiegabilmente lasciati a loro stessi dai servizi sociali giapponesi, la principessa Zaffiro (altro che gender), Kenshiro (un cartone che ancora mi domando come fosse concesso mandare in onda in quella fascia d'ascolto) ecc ecc.


 Non c'era bambino del Lazio che non sognasse di essere invitato nel salotto di Sonia, assieme a lei e al suo fido assistente, il Robot Birillo. E la sera anche la canzone finale, che riuscivo a vedere solo a casa della mia amica Marta, perché mia madre mi impediva di vedere cartoni alle sette di sera.

 Quando sento che troppa tv non fa bene ai bambini penso che di certo è vero, ma che mi ha regalato bellissimi ricordi, di tantissimi pomeriggi con le mie amiche a discutere animatamente sui personaggi, a fingere di essere loro e a immaginare una caterva di storie.

 Oltre, naturalmente, a trepidare per una chiamata di Sonia (che a qualcuno dei miei amici peraltro è anche arrivata). Basta, mi sto commuovendo sul serio.


LO SPORT (gli SPOKON):

Se c'è una cosa in cui sono sempre stata negata, quella è lo sport. 
 Non sono mai stata brava in niente, se non in tiro con l'arco alle superiori (ah, e so nuotare molto bene, ma mai fatto nulla di agonistico neanche per sbaglio). Fine.

 I miei per anni mi hanno mandato, senza nessun risultato visibile, allo sport sfigato per eccellenza: l'atletica.
 Per carità, visto in una prospettiva storica, l'atletica è la più nobile delle discipline, ma in una prospettiva di bambina/adolescente, se non facevi almeno pallavolo, non eri nessuno.

 In verità, se proprio devo dirla tutta, sono anche abbastanza grata di non essere stata immischiata in questi giochi di squadra, conoscendomi sarei impazzita in pochi mesi. 
 Tuttavia, i cartoni animati giapponesi spingevano i nati negli anni '80 a desiderare per sé stessi cose inarrivabili: performance di altissimo livello a 13 anni e, soprattutto, le olimpiadi di Seul. Ovunque si trovasse Seul.

 Metà del palinsesto e oltre di Bim Bum Bam era occupato da gente che giocava a qualsiasi sport: dai famosi Mila e Shiro e Mimì Ayuara (la regina delle disgrazie) con la pallavolo, a Holly e Benji col calcio, da Hilary armoniosa Hilary con la ginnastica artistica, al baseball del gemello morto di "Prendi il mondo e vai"
 Tale era la sete di avventure sportive che mi sciroppai persino un cartone sul GOLF.
 Il Golf, non so se ci rendiamo conto.


Ogni partita era la partita della vita, quella che se la vincevi saresti arrivato non si capiva mai bene dove, ma saresti arrivato.
  C'era gente che rischiava la salute, infarti (!), che si faceva malmenare da allenatori che avrebbero meritato solo la galera (persino nella foga mi rendevo conto che Nami Ayase avrebbe dovuto recarsi alla polizia), che rinunciava ad assistere i fidanzati camionisti in fin di vita in ospedale (Mimì) e pensava di risolvere sul campo i propri problemi esistenziali. 

Un passaggio ad un compagno non era un semplice passaggio, ma serviva a risolvere una quindicina di drammi da spogliatoio che si protraevano da mesi, tra tentativi di accoltellamento, malelingue e fidanzate rubate.
 Per non parlare delle squadre avversarie, popolate da mitici e inarrivabili eroi che però non finivano mai per bastare a sé stessi. La squadra infatti non li sopportava ed era ben lungi dall'avere quel grande cuore dei protagonisti.

 Cosa leggere in proposito sugli spokon (parola che definisce i manga sportivi)? 

 Di certo il purtroppo piccolo libro di Enrico Cantino "Da Mimì Ayuara a Oliver Hutton" ed. Mimesis, che analizza l'archetipo degli eroi sportivi nei manga giapponesi.

 Si potrebbe poi aggiungere il saggio su Mitsuru Adachi, uno dei più famosi mangaka giapponesi, che ha fatto dello sport uno dei temi centrali delle sue opere, "Mitsuru Adachi" di Federica Lippi ed. Iacobelli.
 E ovviamente tutti i manga correlati!


ROBOT, ALIENI, CAVALIERI ecc:

 Lo ammetto, i cartoni animati sui robot non sono mai stati i miei favoriti.

 Li vedevo, nella massa, ma li trovavo noiosi. Tanto che i buoni avrebbero vinto, tra una trasformazione e l'altra, sarebbe stato scontato. Il primo anime robotico ad essermi piaciuto è stato "Neon Genesis Evangelion", molti anni dopo, ma quella è proprio un'altra storia che in comune con le precedenti ha giusto i robottoni.

 Anche gli alieni, come accennavo ieri per E.T. non incontravano i miei favori. Non so mai stata particolarmente attratta dallo spazio profondo perciò il mio cervello ha resettato praticamente tutte le trame e i personaggi, fatta eccezione per le sigle e per Doraemon gatto spaziale.

 Tuttavia, meritavano la citazione sia per la mole di cartoni a tema giunti in Italia, sia perché è uno degli argomenti su cui, a livello di saggi, si trova di più in giro.

 Nella mostra sugli anni '80 al Wow ho scoperto che ben prima dell'inchiesta delle Iene "I manga sono tutti porno", ben prima della psicologa che diceva che Sailor Moon rendeva gay i bambini maschi, c'era stata la polemica sull'esistenza dei robottoni giapponesi, rei di provenire dalla cultura violenta dei kamikaze.

 Gli articoli d'epoca proposti nella mostra sono sconcertanti. Toni apocalittici per il povero Mazinga, ero crudele reo di atti crudeli e violenti. Una dose di razzismo verso il Sol Levante non da poco e addirittura interrogazioni della Dc.

 Ho anche scoperto però, che tale era l'amore per i robottoni da aver generato in Italia dei manga farlocchi a tema, scritti da autori italiani, come il tarocchissimo "Golzinga".
 Ci tengo a menzionare in ultimo "I cavalieri dello zodiaco" che molto mi appassionava.
  Ero però piuttosto contrariata dal fatto che l'unica femmina fosse Atena e, pur essendo una dea, fondamentalmente non faceva niente.

 Avevo quindi decretato, complice l'armatura rosa, i capelli lunghi e il nome da femmina, che, Andromeda, fosse appunto una donna.

 I miei cugini più grandi tentavano di scalfire questa mia granitica convinzione, ma anche a loro riusciva difficile giustificare un maschio con quel nome, così mi concedevano il beneficio del dubbio.
 Ora, per la cronaca, esistono anche i cavalieri dello zodiaco donne.

Da leggere, oltre ai manga:
- "I cavalieri dello zodiaco. Hai mai sentito il cosmo dentro di te?" di Stefano Tartaglino, ed. Ultra
- "Guida ai super robot" di Jacopo Nacci, ed. Odoya
- "Super Robot Files" di Fabrizio Modina, Edizioni Bd
- "Go Nagai. Il padre dei Super Robot" di Giorgio Giuliani e Carlo Mirra, ed. Ultra


ORFANELLE E MAGHETTE:

 Macrosezione in cui convergono tutti i cartoni di orfanelle possibili e inimmaginabili e tutte le varie maghe, in grado di governare cose improbabili, dai fiori ai giochi di prestigio.

 Le orfanelle non mi piacevano. Le trovavo angosciante e, in parte, i tagli della censura rendevano assolutamente incomprensibili delle puntate.
 Ricordo la puntata in cui Georgie (cartone già parecchio ambiguo, visto che non mi era proprio chiarissima la differenza tra fratello di sangue e fratello adottivo, con tutte le conseguenze del caso) viene buttata fuori di casa dalla matrigna e messa a dormire di colpo in stalla.

 Dalla trama non si evinceva assolutamente perché di colpo la donna avesse questa alzata di crudeltà improvvisa. 
 Io e la mia amica Marta eravamo atterrite: una povera orfana ora anche costretta a dormire in una stalla! La scena, poi, con Georgie, in lacrime che batteva sulla porta per farsi aprire, senza successo, era straziante.

 Ci interrogammo molto su quell'evento. Cos'era accaduto?
Anni dopo scoprimmo che Georgie aveva avuto nientepopodimeno che il primo ciclo, cosa che aveva indotto la matrigna a considerarla una sorta di minaccia per la propria allupata progenie maschile.

  E questo è solo uno degli episodi! 

 Candy che si vede morire il primo amore e portar via il secondo per via di una trave caduta sulla donna sbagliata, Heidi costretta a fare la dama di compagnia a Francoforte, Lovely Sarah (che piaceva tanto a mia madre), caduta in disgrazia e di colpo serva, Papà Gambalunga che manteneva orfane per poi sposarle. 

Anche quando non erano orfane, avevano qualche problema, come Millie un giorno dopo l'altro, in cui la sorella maggiore non accettava la minore, una dolcissima frugola.

 Le maghette erano meglio. La mia preferita era l'incantevole Creamy, un po' perchè mi riconoscevo in Yu e sognavo di avere un negozio di crepes giapponesi.
Le seguivo comunque tutte assiduamente e con ben altro spirito.
 Oltre a fare cose magiche molto belle, in genere non avevano traumi familiari e desideravano solo essere grandi anzitempo per fare cose favoloseh come diventare star di fama internazionale e piacioneggiare con ragazzi puntualmente più grandi e irraggiungibili.
 Facevano insomma quello che qualsiasi bambina con l'idea vaga che da adulti sia tutto bellissimo, vorrebbe fare.

 IL CASO KISS ME LICIA:

 Ricordo persino io quanto fosse amata "Kiss me Licia" (anche se rimaneva misterioso perché nella sigla fosse bionda e nel cartone castana).
  A me non faceva impazzire particolarmente e non capivo perché Mirko non potesse permettersi una tata invece di far vagare un bambino da solo con un gatto.
 Ricordo anche la serie con Cristina D'avena, ma preferivo di gran lunga le assurde serie che venivano mandate durante Bim Bum Bam con i conduttori protagonisti, come il fantastico "BatRoberto" o la casa dei fantasmi. Peccato che ogni puntata durasse a stento due minuti scarsi.

Cosa leggere:
- I romanzi di Keiko Nagita, "Candy Candy" e "Candy Candy lettere", ed. Kappalab
- "Candy Candy. L'eroina di una generazione" di Lidia Bachis, ed. Ultra
- "Dall'Incantevole Creamy a Pollon. Maghette e incantesimi nell'animazione giapponese" di Enrico Cantino, Mimesis edizioni
- "L'incantevole Creamy. La magia di essere sè stessi" di Fabio Cassella, ed. Iacobelli
- "Da Lamù a Kiss me Licia. Le dinamiche di coppia secondo l'animazione giapponese" di Enrico Cantino, Mimesis ed.


I CARTONI STORICO/LETTERARI:

Come spiegare alle generazioni successive, che la sete di manga aveva raggiunto tali inumani picchi da rendere appetibile, oltre al succitato cartone sul golf, anche un cartone sulla vita di Cristoforo Colombo?

 I cartoni storici erano pieni di perle. 
 C'era il tristissimo "Fiocchi di cotone" sulla segregazione razziale e lo schiavismo negli Stati Uniti, (ascoltare la sigla, capolavoro assoluto) e c'erano quelli a tema rivoluzione francese, il quasi dimenticato "La stella della Senna" e ovviamente lei "Lady Oscar".

 Faro per generazioni di giovani lesbiche (per me lo furono Sailor Uranus e Sailor Nettuno, sono più anni '90), devo dire che per me fu semplicemente un ottimo modo per imparare la rivoluzione francese, storicamente ricostruita benissimo. E' grazie a lei se anche chi non ha mai aperto mezzo libro, sa dell'esistenza dello scandalo della collana e mai può dimenticare la presa della Bastiglia.

 Tuttora la combattiva donzella, bionda di capelli e rosa di guancia, figlia di un padre che voleva un maschietto ma ahimè (e noi tutte a chiederci scandalizzate: ahimè???) sei nata tu, conserva un posto speciale nei ricordi di chi amò i cartoni di quel periodo. 

 Protagonista di una storia gloriosa, coraggiosissima, che sapeva farsi valere tra gli uomini e al contempo dolce, sensibile e affascinante per uomini e donne.

 I cartoni letterari erano, devo dire, abbastanza inutili. Li riporto come nota a margine, ma tra Dolce Remì e Piccole donne non è che c'era di che stare allegri.
 Ricordo che avevano avuto il coraggio di fare persino il cartone di "Tutti insieme appassionatamente"!

Da leggere:
- "Lady Oscar. L'eroina rivoluzionaria di Riyoko Ikeda" di Valeria Arnaldi ed. Ultra
- "Lady Oscar. Amori, segreti ed epiche battaglie" di Davide Castellazzi ed. Iacobelli


ROBE NON GIAPPONESI:

 Considerando che, pur avendoli visti tutti, non sono mai andata particolarmente pazza per i cartoni della Disney (qualcuno, come "Robin Hood" mi piaceva, ma tutte le varie principessate non avevano un grande appeal su di me), faccio fatica a ricordare cartoni animati non giapponesi della mia infanzia.
Ducktales ogni storia è una nuova storia, misteriosa paperosa

 Eppure a memoria, ricordo bene che il primissimo film che vidi al cinema fu la Sirenetta, ricordo persino che all'inizio c'era un cortometraggio e che mi sentii molto fortunata ad aver visto due film di seguito invece di uno!

 Ho memoria di vari cartoni dell'Uomo Ragno e Batman, ma già all'epoca si vedeva che erano inferiori ai giapponesi (i cartoni eh).
 L'unico che un po' se la batteva era "Ducktales", le avventure (vere avventure) di Paperon de Paperoni, Qui, Quo e Qua, e una serie di personaggi papereschi che risolvevano questioni varie, spesso misteri.

Ps. Da tutto ciò sono rimasti fuori i miei due cartoni animati preferiti in assoluto: "Ranma 1/2" e "Sailor Moon" essendo degli anni '90. Mancano anche "Maison Ikkoku2 e "Lamù", ma credo che Rumiko Takahashi meriti un post a parte"!

E voi? Quali erano i vostri cartoni preferiti? Quali non potevate soffrire? Testimoniate!

mercoledì 20 settembre 2017

Il 23 e 24 settembre potrete trovarmi al Treviso Comic Book Festival!

Post informativo-pubblicitario!
 Ricordo alle masse che il 23 e 24 sarò al Treviso Comic Book Festival allo stand della 001 edizioni!
 Ecco a voi la locandina con orari, indirizzo e questua di biscotti!


martedì 19 settembre 2017

Esistono anche i libri?! Otto mitici film (quasi nove) degli anni '80 di cui esiste anche il romanzo."Goonies", "Indiana Jones", "La Principessa Sposa" e molti altri, in una lunga carrellata fantastica.

DOVEROSO PREAMBOLO ALLA SETTIMANA DEGLI ANNI '80 

Dopo giorni e giorni di reclusione lavoro-libro, mi sono decisa ad andare, quasi in extremis visto che chiuderà il primo ottobre, alla mostra del Wow -Museo del fumetto sugli anni '80.

 Come ha scritto qualcuno su fb siamo già materiale da museo, ma in verità avevo già parlato di questo precoce senso di nostalgia dei nati negli anni '80.

 So che tutte le generazioni amano pensare di aver avuto qualcosa di speciale (e alcune, alla lunga, stancano pure, perché lo abbiamo capito che gli anni '60 e '70 sono stati favolosi, ma adesso lasciateci anche in pace), e in effetti è così, alcune prendono un'onda più positiva, altre negativa, altre malinconica.

 Cosa hanno avuto i nati negli anni '80? Temo sia presto per dirlo, ma di certo possiedono una particolarità che non si può ignorare: hanno vissuto un'infanzia analogica e un'adolescenza digitale (ma non ancora social).

 Sono (siamo) nati alle soglie della rivoluzione digitale e, oscuramente, avvertono sempre una discrepanza tra un mondo per il quale si erano preparati e quello che si sono ritrovati poi davvero a vivere.

Basti pensare agli studi. Centinaia di lavori obsoleti di colpo, e altrettante centinaia nuovi, e noi lì nel mezzo a cercare di sopravvivere. Non è poi così strana la perenne sensazione di nostalgia che ci assale precocemente.

 Alla retrotopia e alle sue conseguenze dedicherò comunque un post di questa che inauguro ufficialmente come "Settimana degli anni '80"!

 Inizio le danze con un post sui film che segnarono la mia infanzia da cui sono stati tratti o tratti da libro.

 Vi consiglio di leggere il post accompagnandovi alle hit dei bei tempi andati.

 Che si cominci!


FINE DEL DOVEROSO PREAMBOLO.


 Lo ricordo benissimo.
 Inizio anni '90. Ero alla sagra del cinghiale di Castel Giuliano, frazione del mio paese, uno di quei magici luoghi di provincia  dove puoi anche vincere un cinghiale (da cucinare s'intende) indovinandone il peso a occhio e ascoltare improbabili gruppi locali.


C'era, immancabile, la pesca. 

 Ancora oggi questo passatempo anni '50 attira la mia attenzione e, credo, non solo la mia.

Mio padre mi diceva sempre: "Non vincerai niente", sperando di poter evitare di pagare pegno.

 Tuttavia la mia fortuna lo smentiva, nella mia esistenza posso infatti annoverare varie vincite di pregio, tra le quali un enorme orso e un intero prosciutto crudo.

 Si trattava, in quel tempo, di un settembre pre-riscaldamento globale, l'estate finiva più nature, vent'anni fa o giù di lì, perciò faceva un caldo umano e l'aria autunnale aveva già vinto sulla calura estiva.

 Quella volta vinsi un'assurda collana, con un gigantesco ciondolo tondo che, a posteriori, credo avesse disegnato sopra una mappa zodiacale, ma che, all'epoca, decretai fosse di certo un monile antico. 
 C'era infatti, al centro, una fintissima pietra blu cobalto attorniata da piccoli segni a me ignoti (lo zodiaco di cui sopra).


Per la cronaca, ho scoperto che esistevano anche
i romanzi di Indiana Jones
Non potevo credere a cotanta fortuna perché la sera, dulcis in fundo, davano in tv uno dei miei film preferiti, "Indiana Jones e l'ultima crociata", e io ero matematicamente certa che quel monile fosse degno dell'archeologo con la frusta.

 I film d'intrattenimento degli anni '80 avevano una quantità di inventiva persa negli sterili anni 2000, presi più dall'incasso e da un'infinita serie di sequel e prequel e di troppi troppi film sui supereroi.

  Ovvio che il cinema è commercio, esattamente come l'industria libraria, ma a furia di guardare solo il soldo e mai il rischio non calcolato, si finisce per replicare sempre gli stessi film, noiosi, patinatissimi, senza quel quid che rende pellicole surreali, su cui solo un pazzo scommetterebbe, leggenda.

 C'era poi una certa attenzione per i film per ragazzini, ad oggi completamente perduta.

 Prima avevi diritto a mistero e avventura, oggi a demenza e tecnologia a tutti i costi (ogni tanto c'è qualche perla, bellissimo se non lo avete visto "Un ponte su Terabithia", su cui fontanerete lacrime a oltrenza), come se i ragazzini non potessero comprendere storie che vadano oltre i videogiochi o i cellulari.

Ma voi dite, è tutto magico e tutto bello, ma questo non è un blog di cinema. Avete ragione.

 Tuttavia forse non tutti sanno che, molti a molti film che abbiamo amato negli anni '80 corrisponde un libro, talvolta scritto prima, talvolta scritto dopo.

 Volete sapere quali? Eccovi una full immersion!


I GOONIES di James Khan:

 Non so quante volte, da bambina, ho visto i "Goonies".

 Possedeva quel misto di avventura e paura che me lo rendeva irresistibile, attratta e respinta al tempo stesso dall'idea di rivedere la faccia mezza sciolta di Sloth, il pianoforte fatto di ossa e lo scheletro dei pirati.

 Senza contare che la madre della banda Fratelli mi terrorizzava (forse anche perché la collegavo a un altro film, molto strano, che era "Getta la mamma dal treno").

 Eppure, tutte le volte trepidavo col gruppo di ragazzini in cerca del misterioso tesoro del pirata Willy l'Orbo, nel tentativo di salvare il proprio sobborgo dall'avvento di un malvagio gruppo di palazzinari capitalisti.

 Da pochi giorni la Salani ha rieditato il libro che, nel lontano, 1985 ne fu tratto (devo dare una delusione a chi lo aveva chiesto su fb: no, non ha la mappa del tesoro allegata, sarebbe stato troppo bello, troppo gadget da libro cartaceo che ti vieni a comprare volentieri in libreria, si sa, tocca soffrì).

 L'autore, James Khan, lo trasse dal film e temo che presto gli donerò i miei nostalgici soldi per averne una copia.


LABYRINTH di A.C.H. Smith:

 Se c'è un particolare che salta subito all'occhio vedendo i film degli anni '80 è che non perdevano tempo in eccessivi preamboli.

  Adesso gli sceneggiatori, prima di entrare nel vivo della storia, ti spiegano la rava e la fava, anche quando la rava e la fava sono assolutamente superflue e finanche noiose.

 Nei "Goonies" o, in particolar modo, in "Labyrinth", la storia prende il via immediatamente.

 La protagonista, Sarah, è una ragazzina a cui piace inventare storie e giocare al parco ed è figlia di genitori divorziati.
  Il padre, con cui vive, si è risposato e ha avuto un bebè con una nuova donna.

 Una sera, padre e compagna decidono di uscire, ma invece di chiamare una baby sitter, pretendono che la ragazzina passi la serata a guardare il pupo che piange continuamente e, diciamoci la verità, farebbe perdere la pazienza anche a un santo.

 La ragazzina, tutto sommato, si comporta bene ed esprime solo l'improbabile desiderio che arrivi il re dei Goblin e si porti via il piangente fratello. Contro ogni previsione, il re dei goblin aka un fantastico David Bowie, appare e porta via il pargolo. L'unico modo per riavere il bambino è giungere entro 13 ore al castello del re, altrimenti il pupo diventerà uno gnomo.

 Nel raggiungere la reggia, Sarah incorrerà in una serie di personaggi assurdi, nemici, alleati, trabocchetti, indovinelli e prove di coraggio, sempre in puro stile "effetti speciali anni '80", tanta inventiva, digitale quasi inesistente, massima resa.

 Del film, un capolavoro del fantastico che rappresenta una sorta di rito di passaggio all'età adulta, della protagonista, esiste, a quanto pare, anche un libro di A.C.H. Smith.

 In Italia fu edito da Sonzogno nel 1986, ma sembra sia prevista una riedizione per Kappalab (sembra, non voglio creare aspettative). Speriamo bene, dalle recensioni trovate in giro, non sembra male.


LA PIRAMIDE DELLA PAURA di Arnold Alan:

Ogni volta che parlo di questo film con qualcuno, questo qualcuno puntualmente non ne ha memoria, eppure ricordo benissimo che veniva mandato regolarmente in tv e aveva  una fortissima dose horror (almeno per essere un film per ragazzi e volendo anche bambini) che lo rendeva, posso assicurare, indimenticabile.

  Si tratta infatti di un'avventura dalle tinte piuttosto fosche, di un giovane Sherlock Holmes e del suo grassoccio amico Watson.

 Sherlock e Watson sono giovanissimi studenti universitari e si trovano coinvolti in una serie di inspiegabili delitti che li condurranno a scoprire una piramide egizia nei sotterranei di Londra e una pericolosissima setta ad essa collegata.

 Scena che mi si è stampata a fuoco nella memoria con autentico terrore: le allucinazioni di Watson. Egli finisce infatti preda di una credenza il cui cibo prende vita (con tanto di occhi e braccia) saltandogli a forza in bocca (vi linko la scena così potete capire).

 Ho scoperto che ne era stato tratto un libro, "La piramide della paura" di Arnold Alan, in Italia edito da Longanesi. 
 Non essendo ormai ristampato da una trentina di anni è quasi introvabile, a parte qualche copia di fortuna su internet. Non so se qualcuno ha avuto la ventura di leggerlo.
Se non avete visto il film recuperatelo perché ne stravale la pena.




JUMANJI di Chris Van Allsburg:

Lo vedrete riapparire nel post che dedicherò ai giochi di società, ma era giusto che ci fosse anche qui.

 Il film è di metà anni '90 (peraltro, essendo io del 1984, tutti questi film li ho visti a cavallo tra gli anni '80 e '90), ma il racconto illustrato da cui è tratto è del 1981 e si comprende bene dall'atmosfera della storia.

 Riassumiamo per chi non lo ha visto (chi??). 

 I fratelli Judy e Peter, due orfani accolti in casa dalla zia, trovano in soffitta un curioso gioco da tavolo e iniziano una partita. 

 Scoprono però che il gioco prende vita e che rischiano di rimanerne inghiottiti, proprio come accadde a un loro zio, che all'epoca era stato dato per scomparso e invece era stato intrappolato nella realtà del gioco.

 Per liberarlo dovranno completare a tutti i costi la partita che all'epoca non riuscì a terminare.

 Il racconto illustrato da cui è tratto, ha illustrazioni abbastanza inquietanti, ed è stato edito in Italia solo nel 2013 da Logos (quindi si dovrebbe ancora trovare in giro).
 Ne fu tratto anche un romanzo post film by George Spelvin, edito nel lontano 1996 dalla Sperling.


LA STORIA INFINITA di Michael Ende:

 Non credo esista un bambino italiano di quegli anni che non abbia visto e rivisto questo film bellissimo sul regno di Fantasia minacciato dal nulla che tutto uccide e tutto inghiotte.

 Chi non ha sognato di farsi rinchiudere nella soffitta della scuola in compagnia di una mela e un tramezzino (che mi sembravano, all'epoca, gustosissimi), con un libro in grado di trasportarti in un'altra dimensione, a dar man forte al giovane Atreyu nella sua lotta disperata contro il nulla e Mork, un lupo cattivissimo, dai denti aguzzi che mi causò grande terrore.

 Scena traumatica magnum: il momento in cui il cavallo di Atreyu viene inghiottito dalla palude della tristezza.

 Nonostante il successo del film (e il fatto che oggettivamente il film sia rimasto nella memoria di una generazione intera), l'autore, il tedesco Michael Ende, lo detestò profondamente, disconoscendo l'opera al punto di far causa ai produttori cinematografici.

 L'autore ha sempre ragione, ma rimane il fatto che non esiste trentenne a non aver desiderato volare su Falkor o a non aver tremato, terrorizzato, davanti alle sfingi in distruzione.


I GREMLINS di Roald Dahl:

 Lo ammetto, devo recuperare il film dei Gremlins. Da bambina ne ero assolutamente terrorizzata, talmente tanto terrorizzata che persino i Furby, gli orridi peluche con le loro fattezze, mi terrorizzavano.

 Ho scoperto perciò solo l'anno scorso, leggendo la bella biografia di Roald Dahl ("Roald Dahl, il cantastorie" ed. Odoya) che l'esistenza dei Gremlins si deve a lui.

 Erano i protagonisti del suo primo romanzo e portavano il segno degli anni in cui Roald Dahl li concepì: quelli della seconda guerra mondiale.

 La storia originale racconta di questi piccoli esseri dispettosi che iniziano a sabotare gli aerei della Raf, l'aviazione britannica.
  Un vero problema, visto che gli aerei devono essere al loro meglio per sconfiggere i nazisti, ma come spiegare il particolare a queste dispettose creature?

 Walt Disney amò la storia al punto da volerne fare un film, per cui Dahl scrisse anche una sceneggiatura, mai realizzato.

 Bisognò aspettare il 1984 e un film che del libro di Dahl mantiene solo l'idea delle dispettose creature prolificissime e pericolosissime se non si rispettano le tre famose regole:

1) Mai esporre un Gremlin alla luce
2) Non bagnarli per evitare che si moltiplichino
3) Non dar loro da mangiare dopo mezzanotte (regola che vale solo per i Mogwai, la versione diciamo base dei Gremlins).


"E.T." di William Kotzwinkle e Melissa Mathison:

 Ammetto che questo film non è tra i miei favoriti. 
 Visto più volte da piccola, mi inquietava e non capivo come un ragazzino potesse nascondere un alieno in camera senza che nessuno se ne accorgesse fingendo solo di avere la febbre (tuttavia penso che chiunque abbia tentato di fingere febbre imitando il suo sistema).

 Immagino dipenda dal fatto che, nonostante la magnificenza della storia, non ho mai provato eccessivo entusiasmo per gli alieni che giudicavo assolutamente creature inventate (da bambina ero curiosamente molto meno possibilista di adesso sull'esistenza di altre creature nell'universo).

 La storia di Elliott e dell'incontro con un tenero alieno lasciato per sbaglio sulla terra dalla sua astronave madre, col quale stabilisce una connessione psichica, ha vari punti in comune con "Chocky" di Wyndham (che vi consiglio di leggere).

 Nella storia di Wyndham il ragazzino in questione stabilisce una casuale connessione psichica con un alieno immateriale che gli trasmette il suo sapere, confondendo i genitori, indecisi se credere al figlio o ritenerlo schizofrenico.

 La storia, come quella di "E.T.", nonostante le premesse horror ha dei risvolti molto dolci e teneri e anche una sorta di lieto fine.
 Il film, nonostante le analogie (che almeno io ho notato) con l'opera di Wyndham, è tratto da un'idea originale di Spielberg e ne è stato successivamente tratto un romanzo, rieditato in Italia nel 2002.


LA STORIA FANTASTICA o LA PRINCIPESSA SPOSA di William Goldman:

Titolo italiano dell'originale "La principessa sposa", devo dire che è un caso (lapidatemi pure se volete) in cui il film e il libro si equivalgono.
 Bellissimo il film, con attori scelti bene e i soliti mostriciattoli fatti a mano in momenti di penuria di effetti speciali credibili (io li preferivo).

 La storia è raccontata con un linguaggio molto semplice, una sorta di fiaba codificata a monte con tutte le regole di Propp.

 La bella Buttercup (nel film Bottondoro) e Westley, due giovani del popolo, si amano felici, ma Westley, nel tentativo di cercar fortuna, parte per mare e scompare, rapito da alcuni pirati.

 Buttercup è sconvolta e, come se non bastasse, finisce per essere la prescelta per sposare l'erede al trono, che deve trovar moglie in fretta a causa della prossima morte del padre.

 Buttercup non è entusiasta, ma è costretta ad accettare. Accade però che un giorno venga rapita da tre uomini misteriosi: uno spadaccino di nome Inigo Montoya, un siciliano di nome Vizzini e un gigante turco di nome Fezzik.
 Da lì si snoda una storia in cui non manca nessun elemento delle fiabe classiche: cattivi a profusioni, magia, alleati incredibili e il ritorno dell'eroe.

 Se non avete visto il film, vedetelo. Se non avete letto il libro, recuperatelo! E' uno dei pochi in commercio, in una riedizione della Marcos y Marcos che gli ha restituito il suo titolo originale.

 E voi? Avete qualche altro film nel cuore? Qualcuno ha letto i libri tratti da queste somme opere? Testimoniate!!!

domenica 17 settembre 2017

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "La confettata".

 Ed ecco a voi, la vignetta del fine settimana!

 Chi segue fb, saprà che questo fine settimana sono incorsa in due eventi:

1) Venerdì ho visitato la mostra sugli anni '80 al museo del fumetto Milano e sono stata presa da un tale attacco di nostalgia/retrotopia da darmi l'idea di fare uno o due post sugli anni '80 (uno domani di certo).
 Se siete a Milano o dintorni sappiate che ne stravale la pena e chiuderà il primo ottobre.

2) Ieri sera c'è stata la premiazione dei Macchianera Awards e niet sono arrivata quinta.
  Primo "Libreriamo". Ringrazio tuuuuutte le persone che mi hanno dedicato minuti del loro prezioso tempo per il voto, di tormentoso anno in tormentoso anno ce la faremo!
 In ogni caso sappiate che ho avuto almeno l'onore di conoscere il Signor Distruggere ricevendo da lui due preziosi baci pancini sulle guance.
 Bando alle ciance! Vi lascio con la vignetta.

 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "La confettata".



giovedì 14 settembre 2017

"Il magico villaggio dei polipi portoghesi", una storia a base di trappole, sfide con la natura, ricordi d'infanzia ed epiche mangiate.

Ed ecco, esattamente come l'anno scorso, un aneddoto culinario sul Portogallo (che sconsiglio ai vegani, lo dico subito).

 Se l'anno scorso la fonte d'ispirazione erano state le lumache, quest'anno sono stati loro: i polipi.
 Il motivo è legato alla fissazione di mio padre per loro ed è spiegato nel fumetto che non voglio anticiparvi.

 In tutto ciò, ne approfitto per dirvi che il 23 e il 24 Settembre sarò al Treviso Comic Festival, potrete trovarmi, se siete di passaggio, allo stand della 001 edizioni!

 Bene, vi lascio col polipame: "Il magico villaggio dei polipo portoghesi", un fumetto tutto per voi!







lunedì 11 settembre 2017

Che lavoro fa adesso il principe azzurro? E' passato il tempo di principi e duchi, i romanzi rosa hanno nuovi oggetti del desiderio: capi, coinquilini, amici e fratelli.

 Quando ero piccola leggevo spessissimo i Gente di mia nonna.
 Anzi, per la verità li ho letti fino a pochi anni fa, e grazie a loro posso elencare qualsiasi casata regnante in Europa dalla settima generazione in poi.

 Se c'è musica per le orecchie dei giornalisti di testate del genere, è il suono di qualche reale che annuncia fidanzamenti, matrimoni e figli.

 Avendo poi la stessa età del principe Harry d'Inghilterra e due in meno del principe William, leggevo continuamente articoli su questi due bambini, poi adolescenti che "rubavano il cuore delle coetanee di tutto il mondo".

  Il mio, è vero, non l'hanno mai rubato, ma nel mio caso sarebbe stato più facile se avessero avuto una sorella (per inciso la cugina Eugenia non è poi così male).


 Però in effetti era piuttosto strana l'idea che qualche mia coetanea potesse accasarsi con un nipote, anche non diretto, di Enrico VIII.

 Doveva suonare strana anche alle mie coetanee, perché io di amiche e conoscenti pazze per William e Harry non ne ho mai avute.

  In compenso ho avuto amiche che scrivevano lettere piene di dichiarazioni d'amore a Del Piero e altre che avrebbero dato un braccio per i Backstreet Boys. Insomma, c'era altra gente, altrettanto irraggiungibile, ma più papabile, da bramare.

 Anche i romanzi rosa si sono accorti che non sono più i conti e i principi (per quanto, molti, non ne rifiuterebbero uno) a far palpitare il cuore delle Madame Bovary d'Europa e ormai vanno per la maggiore altri aitanti protagonisti.
 Ma chi? Chi sono questi robusti e nerboruti giovani (qualche volta anche meno giovani, l'uomo di mezza età, se potente, tira parecchio) che rubano il cuore delle novelle Elisa di Rivombrosa della narrativa rosa?

Scopriamolo subito!


IL COINQUILINO:

 Chiunque abbia coinquilinato sa che è più facile dividere la stanza con degli psicopatici che intonano messe nere e sacrificano capretti nelle notti di luna, che con persone sane di mente. 

Tra gente  che fa recapitare mobili in piena notte, trasferisce subdolamente il proprio fidanzato non pagante in casa, tenta di sedurre novizi in attesa di diventare preti (quest'ultima opzione mi è capitata, la coinquilina in questione era talmente folle che potrei scriverci dieci post), raccatta clochard per strada per dar loro un pranzo e un tetto (nobile gesto, magari avvisare prima, mi è capitato anche questo), insomma tra tutte queste possibilità, incappare nel coinquilino sano di mente-bonazzo è praticamente impossibile.

 Con qualcuno questi bonazzi coinquileranno pure, ma a quel punto deve esserci anche la possibilità inversa: ossia che lui trovi attraenti le coinquiline femmine ed etero che si aggirano per la magione (oltre a dover essere a sua volta etero).

 Insomma ragazze, fate prima a rimorchiare alla fermata del bus.

 Tranne nei romanzi rosa. Nei romanzi rosa i coinquilini sexy, un po' selvaggi e liberi (o fidanzati incomprensibilmente con delle vere arpie), piovono a secchi.
 Questi ghepardi con cui condividere l'affitto, si rintanano nelle loro stanze per poi uscire solo per flirtare con le coinquiline e rimorchiare a ogni sospiro. 

 Ovviamente stanno solo attendendo che la cerbiatta dagli occhi nocciola con cui litigano per chi debba buttare la spazzatura, cada loro tra le braccia e dimentichi all'istante l'intero programma di tutta la sessione d'esame successiva. 

 Ma a quel punto cosa importa? Staranno facendo vacanza da qualche parte, perché si sa, solo l'amore conta in questa vita.


L'AMICO D'INFANZIA:

 Non c'è cosa più terrorizzante, credo, per molte donne, che pensare di  finire come Charlotte York in "Sex and the city": una sognatrice vogliosa di accasarsi che alla veneranda età di 34 anni ancora non ne vede la via.

 Il matrimonio è una cosa seria e tocca mettere la faccenda a posto il prima possibile, anche in culla possibilmente. Perciò cosa c'è di più romantico dello scoprire che sì, il mondo è vasto, ma niente è come il cortile di casa?

 Tendenzialmente, verso i 24 anni (anche prima), dopo una qualche bruciante delusione amorosa che ha fatto perdere "fiducia nell'amore", "scavando abissi indicibili nell'animo" e "portando a chiudere per sempre le porte del cuore", salta fuori dalle tenebre del cosmo un qualche amico d'infanzia perso di vista epni prima.

 I motivi per cui ci si è persi di vista in genere sono due:

1) Lei voleva allontanarsi da casa per scoprire il vasto mondo all'università per poi pentirsene dopo due anni, (in fondo al liceo non si stava così male e poi dov'è che vuole andare una ragazza sola per il mondo, eh??).

2) Lui ha commesso un qualche indicibile sbaglio che l'ha reso selvaggio e inavvicinabile.
 Certo, forse c'è una persona che potrebbe aprire di nuovo il lucchetto del suo cuore e può essere solo la vicina di casa che conosce dall'età di due anni e nessun'altra.
Ovviamente tutti gli amici d'infanzia sono di sconvolgente bellezza, i ciospi non li conosce mai nessuno.


L'IMPRENDITORE (preferibilmente se è il vostro capo):

 Forse questa è la più interessante delle incarnazioni del principe azzurro moderno: non più nobile titolato pieno di castelli e latifondi, ma imprenditore di successo, preferibilmente industriale dall'infinito patrimonio.

 Le prede dell'imprenditore (o le cacciatrici dell'imprenditore, a seconda dei punti di vista), sono principalmente due:

 La stagista che non vuole dargliela e che dovrebbe quererarlo per molestie sessuali sul luogo di lavoro.

 L'imprenditrice rivale.

 1) La stagista (o anche dipendente assunta di cui non si era mai misteriosamente accorto fino a un fatale viaggio di lavoro insieme) o lo ammira, inarrivabile nell'ombra, o lo trova un vero stronxo per cui lavora controvoglia (insomma, tocca pur campare in qualche modo).

 Ovviamente appena il capo dei capi posa lo sguardo marlupino sul suo parco ragazze, tutte sono completamente dimentiche delle remore nutrite nei suoi confronti e nessuna corre a denunciarlo al sindacato, anzi, è tutto un deliquio che in confronto madame Pompadour era schizzinosa.

 L'imprenditore che parte sempre con l'idea di "non farsi fregare", finisce per partire leone e tornare agnello, accettando compromessi sermpre maggiori in nome dell'amore. 
Ci si impalma quasi sempre senza nessun contratto prematrimoniale.

2) L'imprenditrice rivale è la bisbetica domata 2.0. 

 Questa donna "inconsapevole della propria femminilità" (nonostante vestiti top e alla moda), dedita con furia al proprio lavoro, cerca solo un uomo che la scuota nel profondo risvegliando la sua vera natura, che insomma, si sa, che una donna che fa un "lavoro da uomo" proprio tutta donna non deve essere.

 L'imprenditrice rivale non ha rivali finché non incontra lui, l'imprenditore che "abbatterà tutti i suoi muri" e "risveglierà i suoi sensi"

 I due, in genere, sono appunto rivali (o lui è un nuovo collega che tenta di farle le scarpe), ma a furia di litigare verranno travolti dalla vera passione, il progetto a cui lavoravano insieme andrà benissimo e lei si renderà conto che la vita non è solo lavoro, ma anche amore (generalmente questo determinerà il fatto che lui, effettivamente, le farà le scarpe).


LA ROCKSTAR:

 Quante rockstar planetarie esistono al mondo? Un po', non moltissime eppure rappresentano almeno il 10% dei maschi appetibili nei romanzi rosa.

 Ragazzi (o uomini adulti), ricchi, tormentati e circondati da ragazze che "vanno bene per una notte" mentre loro sono in cerca "dell'amore vero". Ah, che disagio quel ginepraio di feste, folle adoranti e groupie avvenenti pronte a concedersi a ogni ardore!

 La rockstar brama qualcuno di semplice, una ragazza acqua e sapone che lo riporti agli antichi giorni in famiglia, quando tutto era così facile, così semplice e nessuno ti assillava per chiederti un autografo pure in bagno.
 La donzella in turno è di solito qualcuno che non conosce la rockstar neanche di striscio (una ragazza studiosa che non sa niente di cose così frivole) ed è proprio questo suo cadere dalle nuvole che attira la rockstar in questione, che vede in essa la prima possibilità dopo tanti anni, di essere "solo sé stesso".

 In alternativa è una dolce fan che si ritrova a condividere con lui qualche momento assurdo per motivi altrettanto assurdi e lui "proprio non riesce a togliersela dalla testa".

 In ogni caso uno dei due ha qualche trauma nel passato da superare, qualche groupie (una cattiva ragazza) seminerà zizzania tra loro, ma l'amore trionferà.

IL FRATELLO (di lui):

Per rendere tutto più contorto o più frizzante o più proibito, può capitare spesso che il principe azzurro in realtà sia un principe azzurro fake.

 Se tutto è iniziato nel migliore dei modi, senza intoppi, se lui è bello bellissimo, fantastico fantasticissimo, dolce dolcissimo, e tanti altri issimi, ha di sicuro un fratello maschio gemello o più o meno della stessa età.

 Questo fratello in questione (che spesso ha, tragicamente, un nome simile) in genere è la pecora nera della famiglia o ha qualche altro motivo per cui è legatissimo al fratello, ma, dopotutto, "un'anima solitaria".

 La donzella, in procinto di sposarsi o di fare qualche altra cosa di fondamentale importanza (conoscere i genitori di lui), all'inizio non capisce proprio "come possano essere fratelli" e lo disprezza, ma poi, col tempo, capisce che il suo cuore inizia a palpitare per il fratello sbagliato. Come risolvere l'incestuosa situazione?

 Spesso ci pensa il fratello fantasticissimo trovandosi un'altra donna per la quale lasciarla oppure capisce che il fratello e la sua fidanzata sono in realtà "fatti l'uno per l'altra" e si fa cavallerescamente da parte.
 Palpit palpit.

 Ho dimenticato qualcuno? Se sì testimoniate nei commenti!


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