mercoledì 10 settembre 2014

"Rosa candida" e "L'eccezione" di Auour Ava Olafsdottir, splendori e orrori di una narratrice che sa descrivere l'infanzia. Quante stelline con farfalline e glitter diamo ai suoi romanzi?

  Mi accorgo ogni tanto di consigliare pochi romanzi.
 In verità quando ho aperto questo blog ero un po' perplessa sulla necessità della sua esistenza (non che adesso non lo sia). Più che altro perché di bookblogger che danno stellette ai loro romanzi preferiti (classici compresi, che io mi chiedo come si possano dare le stellette ad Aristofane o Kant, ma vabbeh), ce ne sono fantastiliardi.
Immagino così tutte le lit-blogger che immergono
i loro blog in strati di glitter e farfalle
 Certo, nella massa ce ne sono alcuni che fanno un lavoro ammirevole e hanno ottimi gusti, ma in generale non era quello che volevo fare io. Tuttavia, rendervi partecipe di tanto in tanto delle mie romanzesche letture mi pare cosa buona e giusta che sempre di libri parliamo.
 Quest'oggi perciò sono qui per ciarlare di Auour Ava Olfasdottir, autrice islandese scoperta da me e dall'Italia circa tre anni fa
 Ovviamente dire di leggere autori islandesi fa molto ficus, ma in realtà era già da un bel po' di tempo che volevo consigliare la sua opera prima "Rosa candida" che ha avuto un inaspettato buon successo alla sua uscita.
 Ricordo che era giunta in negozio una copia per il libraio che avevo preso graziosamente per portarla alla nonna della mia dolce metà, che come le nonne di molti di noi sono costrette in casa da malanni vari ed eventuali. La copertina col pupo raggomitolato a me, che ho l'istinto materno pari a quello di Crono, non faceva nessun effetto e l'avevo bollato in automatico come una sciurata.
 Quel giorno fatale però, la deliziosa cittadina dove abitavo, volle premiarmi con uno sciopero dei mezzi non segnalato e finì che dovetti attendere un autobus per praticamente due ore, così, non avendo altro, iniziai a leggere. 
L'inizio dà una misura perfetta di quella che è la scrittura della Olafsdottir: essenziale, ma curata, delicata, ma non melensa, priva di sbavature. Non è il minimalismo che tanti scrittori soprattutto di racconti, tentano di copiare da Carver, ma un qualcosa di più ricercato, di essenziale.
 C'è una cena di addio in onore del figlio ventenne della famiglia che va a fare un viaggio di un anno all'estero. Viene descritta la cena e si intuisce che a tavola tra figlio che parte, padre e altro figlio, il gemello del ragazzo, afflitto da un qualche ritardo, c'è una mancanza pesante. E' la madre e non è uscita per fare la spesa.
 Ricordo che per le prime tre o quattro pagine continuavo a pensare, "Ma perché sto leggendo di gente che mangia vitello al vino, patate e non so che altro?" eppure non riuscivo a staccarmi, c'era qualcosa di misterioso che lo rendeva interessante.
 Il resto del libro, che narra la storia gentile di una paternità tra i giardini di un bellissimo convento in un posto misterioso che potrebbe essere la Borgogna o le Alpi italiane (gran pregio dei suoi libri: pochi riferimenti culturali e mai luoghi precisi), scorre allo stesso modo: misterioso e interessante.
 La trama non è assolutamente nulla di speciale, non accade nulla, eppure il modo in cui viene descritto il rapporto tra questo ragazzo e la bambina di cui è diventato padre giovanissimo, che le viene improvvisamente data in affido per qualche tempo, è splendida. 
 La Olafsdottir più di qualsiasi altro scrittore abbia mai letto riesce a rendere credibile e vero il rapporto tra le persone adulte e i bambini, che non sono piccoli adulti e neanche bambolotti, ma creature fantastiche che hanno tutto da imparare, spugne che assorbono.
 Insomma, il libro mi aveva conquistata, l'ho consigliato a lungo e nessuno è mai tornato a chiedermi i soldi dell'acquisto.
 Perciò carica di speranze, in questi giorni sono riuscita a procurarmi il terzo libro di questa autrice: "L'eccezione". La trama era intrigante: una giovane donna, Maria, moglie felice e madre di due gemelli di due anni, viene lasciata la notte di capodanno dal marito per il di lui migliore amico. 
La copertina peraltro non c'entra
nulla col libro
Memore della sua scrittura, mi sono detta "Sarà riuscita a rendere speciale una trama che scoppierebbe in una girandola di pregiudizi tra le mani di chiunque".
NI. Lei scrive bene, è innegabile, penso abbia capito che il suo punto di forza sono appunto le descrizioni dell'infanzia e i pezzi in cui la madre abbandonata interagisce con i bambini, cucinando per loro o trascinandoli in una rovinosa spedizione di montagna (con annessi pensieri suicidi) o portandoli ai nonni innamorati dei nipotini, sono le più convincenti.
 Il problema è che la trama è un pappone. Succedono troppe cose e ci sono personaggi che hanno un peso specifico troppo diverso.
 Nella stessa storia, peraltro molto breve , oltre all'abbandono da parte del marito novello gay, si possono annoverare:
1) Ritrovamento del padre biologico
2) SPOILER ma comunque è una cosa pesante legata al padre biologico
3) Tradimenti
4) Il lavoro di lei che fa qualcosa di non identificato con una ONG e continua a dirci che il tradimento non è nulla in  confronto alla visione di esseri umani mutilati.
5) Un'adozione internazionale
6) Vicina di casa psicanalista/scrittrice/persona affetta da nanismo/impicciona
7) Vicino di casa ornitologo
8) Lei bella come un'attrice del cinema, il marito sexy a livelli fenomenali 
9) Il finale
Io e l'incantevole Creamy siamo tentate di darle
una stellina sola, e voi?
  In più, il personaggio della vicina di casa è saccente e onnipresente, quello del marito, che in teoria dovrebbe essere un filino più complementare, tratteggiato in modo quasi stereotipato (senza contare che la sua quasi unica frase in tutto il libro è: "Vai avanti, fattene una ragione").
C'era materiale per scrivere più o meno tre romanzi diversi, tanto che si ha l'impressione di tue trame non ben mescolate che scorrono parallele.
 Insomma una delusione, un papocchio di varia reminescenza mazzantiniana che si riesce a leggere fino alla fine solo grazie agli intermezzi deliziosi dei bambini (anche se pure lì, lei parte con delle considerazioni sugli stereotipi di genere da far accapponare la pelle) e al fatto che essendo corto e la scrittura comunque scorrevole, a quel punto si vede almeno come va a finire. Ovviamente il finale incasina ulteriormente una storia che non ne necessitava.
 Insomma, stelline da blogger veramente poche, ve lo sconsiglio. Persevero comunque e approfittando del fatto che hanno regalato alla mia dolce metà "La donna è un'isola", il suo secondo romanzo, spero che "L'eccezione" faccia onore al suo nome e sia davvero tale nella bibliografia di questa scrittrice.

 Qualcuno o qualcuna vuole stellinare nei commenti e dirmi cosa ne pensa dei libri Olafsdotteriani se letti?

3 commenti:

  1. Io posso solo dire di essere quel pazzo che mette stelline sui classici. Dalla Divina Commedia ai Promessi Sposi, passando per 2001 odissea nello spazio. Tempo perso? :-) Il più sta a chiedermi: sono un lit blogger? (La descrizione della prosa di rosa candida mi interessa.)

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    1. Noooooo le stelline ai classici noooooo

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  2. Rosa candida non mi è piaciuto per niente, purtroppo... Per le stelline glitterate meglio di no dai :)

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